Le politiche abitative in Lombardia non risolvono l’emergenza ma peggiorano le condizioni delle famiglie più povere!

Se la situazione abitativa in Lombardia è di per se disastrata, la nuova legge regionale sulle politiche abitative pubbliche la peggiora ulteriormente. Succede, che i nuovi provvedimenti, nel campo delle assegnazioni degli alloggi, sono più restrittive. Chi diventa povero e subisce lo sfratto, perché non ha più potuto pagare l’affitto, non rientra nei requisiti per partecipare al bando per ottenere un alloggio pubblico. Ma potrà accedervi solo se potrà dimostrare che sarà in grado di procurarsi un reddito adeguato.

A meno che il richiedente non certifichi di essere un caso disperato e che è seguito e indicato dall’assistente sociale. In questo caso si può fare la domanda e se c’è disponibilità e se si hanno i requisiti, si entra in graduatoria in attesa che la casa gli venga assegnata.  La normativa prevede che l’assegnazione possa avvenire anche in luoghi diversi dalla residenza abituale di cui i bambini frequentano la scuola.  In ogni caso, l’alloggio viene assegnato in forma temporanea e allo scadere degli 8 anni, l’ente può recedere unilateralmente il contratto se ritiene che sono venuti meno i requisiti richiesti.

La gestione delle assegnazioni verranno affidate a terzi: imprese edilizie, cooperative, terzo settore, ecc…. e tutto avviene in un contesto in cui l’alloggio pubblico non è più un diritto alle persone più disagiate ma si collocherà nella sfera dei servizi.  Infatti si chiamerà servizio abitativo pubblico, per chi rientra nella fascia di sostenibilità di un affitto di mercato. Invece si chiamerà Servizio abitativo sociale, per coloro che hanno una quantità di disgrazie tali da non riuscire più nemmeno a sopravvivere.  Verosimilmente, tutto ciò potrebbe essere gestito da operatori precari e sottopagati, senza avere nemmeno un minimo di “formazione” sociale, assumendosi però la responsabilità di decidere i confini che stabiliscono quale famiglia sia più povera dell’altra.

I comuni gestiranno soltanto i bandi (per ora) confermando quanto l’ente pubblico, sia ormai sempre più lontano dalla gestione politica dei bisogni. Tutto questo è solo l’antipasto, giusto per abituare i cittadini che da ora in poi ciascuno dovrà arrangiarsi, rivolgendosi al mercato privato. Infatti, chi, ad esempio, sperava di ottenere uno dei 10.000 (diecimila) alloggi aler, vuoti, nel comune di Milano, dovrà rassegnarsi perché la nuova legge prevede che almeno il 15%

(cioè, 22.500 alloggi) del patrimonio abitativo pubblico verrà svenduto. Per dimostrare quanto facciano sul serio, non è stato previsto nemmeno un piano di manutenzione, ne sugli alloggi sfitti, ne su quelli occupati. In compenso si spenderanno 4 milioni di euro per installare impianti di videosorveglianza e presidi di forze dell’ordine (anche private) negli spazi liberi.

Questa legge, non solo non risponde alla emergenza abitativa, dunque, ma è l’inizio di un lento smantellamento del diritto all’abitare che si colloca perfettamente in un sistema che sta già attaccando il diritto al lavoro; il diritto alla salute; il diritto allo studio…..

E’ tanto più vergognosa perché viene stilata in un momento di maggior bisogno, quasi a voler colpevolizzare il povero del suo stato di povertà (dovuta fra l’altro alla perdita del posto di lavoro).

A Cinisello tutti i casi di sfratto sono scaturiti dall’improvvisa perdita del proprio posto di lavoro.

Di colpo è venuta meno la possibilità di pagare l’affitto del proprio alloggio, e addirittura subire il pignoramento della propria abitazione, poiché non si era più in grado di pagare il debito, anche se il mutuo era stato pagato per oltre la metà del totale dovuto.

A seguito di ciò, i dati ci dicono che l’ufficiale giudiziario “fa visita” a un centinaio di famiglie al mese, avvisandoli che devono uscire di casa. Sono 4 gli sfratti che riesce a eseguire ogni mese (sarebbero di più se non ci fosse un movimento per il diritto all’abitare, che a volte riesce a impedire l’esecuzione degli sfratti, ottenendo una proroga che però diventa sempre più breve).

Ciò significa che ogni anno circa 50 famiglie, (oltre 200 persone di cui 130 bambini) vengono cacciati di casa. Le famiglie iscritte alla graduatoria comunale per ottenere un alloggio pubblico sono circa 1000, a fronte di una media di 25 abitazioni che vengono assegnate ogni anno.

E’ una situazione drammatica, ma così stanno le cose. Tant’è che ci si aspettava un intervento legislativo che affrontasse l’emergenza abitativa e che la risolvesse e non invece un pretesto per favorire le immobiliari speculative.

E’ per questi motivi che venerdì 9 giugno u.s., a Milano, su scala regionale, c’è stata una assemblea pubblica, organizzata da Rifondazione Comunista, con la partecipazione, tra gli altri, di movimenti per il diritto all’abitare e sindacati inquilini. L’incontro aveva lo scopo di esplorare se ci fosse la necessità e la volontà di creare una opposizione a questi provvedimenti e allo stesso tempo creare le condizioni per proporre una legge alternativa che tenga veramente in considerazione il diritto all’abitare, attraverso la rivalorizzazione e il potenziamento del patrimonio abitativo pubblico.

E’ stato un dibattito molto interessante e ciascuno dei partecipanti ha manifestato interesse affinché la proposta di una opposizione sociale alla nuova legge, diventi concreta e partecipata.

Antonio Fuda

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