“Radicalità e democrazia nel nome della Costituzione della Repubblica”. Ora si parte con le assemblee territoriali

da: controlacrisi.org

Che l’assemblea di “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, nata dall’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari, sia stata un successo non ci sono dubbi. Il Brancaccio non ce l’ha fatta a contenere tutti i partecipanti. Almeno seicento persone si sono dovute mettere pazientemente in fila, mentre altre trecento hanno ascoltato l’assemblea dagli altoparlanti piazzati fuori e nell’atrio. Gli interventi dovevano finire all’una e invece alle tre ancora ci si alternava al microfono.

Molti sono rimasti esclusi pure dal podio, con qualche polemica di troppo e qualche mal di pancia. Un mal di pancia che è esploso con l’intervento di Miguel Gotor (Pd). Certo, se, come ha detto nel suo bel intervento Tomaso Montanari, l’obiettivo è quello di ridare credibilità a una sinistra che si batte per i valori della Costituzione repubblicana  per riportare al voto quel quaranta per cento di italiani che proprio non ne possono più, far salire sul palco Gotor non è stata una buona idea.

Al di là di tutto, si riparte dalla vittoria del “4 dicembre”, da quella Costituzione della Repubblica italiana che è stata difesa da tredici milioni di persone attraverso il “No” al referendum renziano.
Lì c’è la pancia, il cuore e la testa di questo movimento che adesso tornerà a fare le assemblee nei territori e deciderà lì programmi e persone in coincidenza con l’appuntamento elettorale del 2018.
Su questo p unto non ci sono mal di pancia, anzi. Il risultato raggiunto dalle liste civiche di sinistra lo scorso 11 giugno è  parso a molti più che lusinghiero. Speriamo che il tutto non si traduca in una lotta sorda per posti e piazzamenti vari. Che si rispetti insomma, quel richiamo al “talento” e allo “spirito di servizio” fatto sia da Falcone che da Montanari.

Per il momento lo schermo di protezione dal Pd e dai gruppuscoli della diaspora sembra netto. Il ragionamento introduttivo di Montanari si tiene lontano almeno dalle formule capziose e guarda più alla spina dorsale del programma cominciando dal “No al liberismo”. Per il momento c’è attesa per il primo luglio di piazza Santi Apostoli. E a Pisapia che manda un messaggio in cui dice che “non ci sono le condizioni” per la sua partecipazione, Montanari risponde: “Non è un buon inizio”. Il punto è che difficilmente questo percorso politico neocostituzionalista, se davvero troverà il suo abbrivio, possa recuperare poi certi reduci e adesioni della terza ora.

Pisapia come al solito sbaglia spartito. E se davvero la sfida è una percentuale di voti “a due cifre” (Montanari), una volta portato a casa il risultato non avrà alcun senso disegnare profili di alleanze travagliate e ansiogene.
Insomma, il vento, se arriva, è in poppa. Dalla prua gli ammiragli possono fare ben poco a questo punto. Se la nave dovesse affondare per maniffesta incapacità a stare in mare allora si ritorna alle faccende di tutti i giorni, senza patemi e drammi.

Sembra ci siano le condizioni, per fare il verso a Pisapia, perché la radicalità di cui si parla, e che torna nell’intervento di Maurizio Acerbo associata alla parola “democrazia”, non stia più nelle formule politiche o nelle dichiarazioni dei personaggi più in vista. Una volta scritte le priorità, – lavoro, welfare & sanità, ambiente, genere, equità fiscale, sovranità popolare, formazione – poi la radicalità verrà dalle pratiche. La cosa interessante è che con il centrosinistra che ha portato così a fondo la sua offensiva contro la condizione dei lavoratori e dei cittadini, ora si tratta di guardare con limpidezza al “che fare” più che a “con chi fare”. Del resto, come è venuto fuori da molti interventi, soprattutto quelli degli “addetti ai lavori”, ripartire dalla Costituzione della Repubblica non vuol dire mica agitare un drappo come un’altro. Si tratta di uno di quei fondamenti che non lascia spazio per ingegnerie politiche.

E di fronte a un incredibile Pippo Civati, che archivia il periodo del centrosinistra derubbricandolo a “quattro cazzate”, almeno il leader di Sinistra italiana ha la forza di dire “Gli interessi non sono tutti uguali. Finiamola con le formule astratte. L’unità non può essere sacrificare la credibilità”.

“La sinistra è stata minoritaria – ha sottolineato infine Acerbo nel suo applaudito intervento – perché troppo cinica e politicante”. “Non siamo disponibli, ha aggiunto, a operazioni di restyling della sinistra uscita battura dal confronto con Renzi”.

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