Ritratto di Giovanni Pesce, comandante Visone, nell’anniversario della scomparsa

da: Comitato Lombardo Antifascista

Di A. Migliaccio per osservatorio democratico sulle nuove destre

Giovanni Pesce,  partigiano e dirigente politico comunista, è morto il 27 luglio del 2007. A suoi funerali a pronunciare un discorso di commiato, ci andò anche il sindaco Letizia Moratti che promise si sarebbe al più presto discussa la delibera per ospitarne le spoglie al famedio. 

Non piacque molto, questa promessa, alla stampa berlusconiana, sicché il Giornale il giorno successivo e cioè il 28 luglio del 2007 gli dedicò un necrologio non proprio lusinghiero, per non dire apertamente oltraggioso nei toni. 

Si rammentava, nell’articolo, l’azione con cui i gappisti a Torino colpirono il direttore della Gazzetta del popolo Ather Capelli.

«Ather Capelli!». Il direttore della Gazzetta del Popolo, quotidiano torinese, stava entrando nell’androne della sua casa di Moncalieri: si girò al richiamo e piombò a terra crivellato da una scarica di mitra. Erano le 13 del 31 marzo 1944. L’omicidio era stato compiuto con la tattica dei Gap, i Gruppi di azione patriottica fondati dal Pci sull’esempio della Resistenza francese: il pedinamento, il nome gridato per essere sicuri dell’identità della vittima, i colpi, la fuga. Il killer sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse stato lui stesso a rivelarlo nel libro Soldati senza uniforme uscito a Roma nel 1950, in cui Giovanni Pesce raccontava come aveva ucciso il giornalista «fascista» Ather Capelli…

L’uso del termine killer, le virgolette alla definizione di fascistache Ather Capelli in realtà si dava da sé stesso, svolgendo un ruolo di propaganda e non soloin vista di una ripresa del potere da parte dei fascisti dopo l’8 settembre, danno all’articolo del Giornale un tono preciso, anche se tra le righeOmette naturalmente di riferire della rappresaglia successiva alla morte dello stesso : vennero fucilati 5 prigionieri: Domenico Binelli, Angelo Caligaris, Domenico Cane, Ferdinando Conti, Giuseppe Igonetti e poco importa che siano gli stessi siti fascisti che ancora oggi lo commemorano, a ricordare che il personaggio Si iscrive al partito(fascista ndr) nel ’21 prendendo parte a numerose azioni squadriste e che al suo nome è dedicata l’omonima brigata nera. 

Altri ritratti, eroici e lusinghieri, ricorderanno il comandante partigiano Visone come un eroe e un mito. Noi invece vogliamo ricordarlo come comunista, anche dopo la guerra,  attraverso il ritratto che lui stesso fa di sé, dei suoi compagni e di quegli anni terribili, nel romanzo autobiografico Senza Tregua

Ne emerge il racconto di persone normali, che volevano una vita normale, che odiavano la guerra e le violenze fasciste, ma non hanno mai coltivato in sé la guerra e la violenza come estetica della morte, al modo in cui lo fanno, anche oggi, nella loro propaganda, i neofascisti. 

Emerge il ritratto di un uomo che amava la vita nelle sue sensazioni più belle. Il racconto comincia ad agosto del 1943. Liberato dal confino di Ventotene, dove si trovava, Giovanni Pesce si reca ad Acqui in Piemonte, dove è ospite di parenti e dove vorrebbe in cuor suo che la guerra finisse e che la sua vita tornasse alla normalità. 

Avevo trascorso un’estate straordinaria. Liberato da Ventotene, dopo molti mesi di confino, avevo raggiunto Acqui, ospite degli zii. Acqui, era, ed è ancora oggi, una piccola città del vecchio Piemonte. Case decorose senza sfarzo, strade per carrozze e cavalli; ovunque un’aria tranquilla, vecchi signori dall’eleganza ottocentesca attorno ai tavoli dei caffè, la guerra pareva non riguardasse nessuno; del 25 luglio ne discutevano con esaltazione, come di un terremoto i cui effetti erano visibili. Dopo Ventotene, mi sembrava che tutti gli avvenimenti fossero di scarso rilievo. Avevo l’impressione che ad Acqui tutto si svolgesse in punta di piedi. “È permesso, dottore? Permette, cavaliere?” Non riuscivo proprio a rendermi conto che in realtà, il terremoto c’era stato. 

Era un’estate bellissima. Le colline erano verdi e gialle di stoppie d’oro, l’uva prometteva meraviglie dopo la mietitura del grano eccezionalmente abbondante. 

Dai miei parenti mi sentivo davvero a casa, le conversazioni familiari richiamavano alla memoria mia madre, mio padre e i miei fratelli. Mi piaceva la vita in campagna.

Ma dopo l’8 settembre e l’armistizio i soldati senza più organizzazione scappano liberandosi delle divise e mettendo abiti borghesi, mentre “ tedeschi hanno bloccato la città. E questa gente scappa per fuggire ai tedeschi. Ieri sera avevano trasmesso l’annuncio dell’armistizio. Tutto è precipitato all’improvviso. La Wehrmacht, come era prevedibile, si trasforma in esercito di occupazione. Quella che prima era una sottomissione mascherata diventa evidente e umiliante” 

Dopo l’annuncio di Badoglio che “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhover comandante in capo delle forze alleate anglo-americane e che il Re da Brindisi parla alla Nazione raccontandogli che “Per il supremo bene della patria che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell’intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di re, col governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale…” insomma ha abbandonato la capitale ed è fuggito, il Paese, soprattutto al nord versa nella più totale confusione e vuoto di potere, ed è preda soprattutto delle violenze dei tedeschi, divenuti truppe di occupazione. E’ in questo contesto, a questo punto della guerra, che comincia l’esperienza dei GAP per Giovanni Pesce. Si tratta, è vero, non di un cittadino qualsiasi, ma di un uomo dotato di coscienza politica e che ha alle spalle l’esperienza della guerra di Spagna. Di un comunista, che in questa fase partecipa alla discussione del Partito, sicché decide di recarsi ad Alessandria per incontrare i dirigenti e partecipare alla discussione sul “che fare”. 

Dai suoi incontri e dalle sue testimonianze emerge un dibattito politico che dovremmo rileggere oggi per la sua estrema attualità. Scrive Giovanni Pesce La situazione politica di Acqui mi piace poco. Per quanto riguarda il Partito esiste solo un nucleo di vecchi seguaci di Bordiga. 

“Sono rimasti fermi per venti anni sognando soluzioni miracolistiche che travolgessero il fascismo ma non hanno mosso un dito per abbatterlo.” 

Camera mi conforta. Conosce bene la situazione; qualcuno ama soltanto parlare, ma qualcuno si muoverà. In ogni caso quello che si deve fare oggi è promuovere l’unità di tutte le forze. Abbiamo bisogno di tutti per combattere i fascisti e i tedeschi. E dobbiamo dimostrare che è possibile.

Altro passaggio di estremo interesse è il racconto di una riunione politica tra esponenti di forze diverse: 

È giunto finalmente il giorno della riunione. Ci incontriamo tutti nell’ufficio della direzione del cinema “Garibaldi” nel centro di Acqui. L’atmosfera è curiosa, quasi di cospirazione ottocentesca. Ci presentiamo con tanto di nome, cognome e titoli senza alcun rispetto per le regole della cospirazione. Come fossimo in un salotto ci si informa della salute della signora. Sembra che nessuno avverta il pericolo che comporta anche una semplice riunione come questa. La discussione ha inizio; un signore grassoccio, avvolto da un velo di timidezza, si rivolge alla persona che appare la più autorevole in questa assemblea. “Secondo lei, avvocato, come andrà a finire?” L’avvocato risponde con voce sicura, enumerando varie ipotesi. È incline ad accettare quella più rosea: dopo la resa dell’Italia, la Germania cederà rapidamente e gli alleati non tarderanno ad arrivare. La discussione a questo punto si accende. Ognuno vuole esporre le proprie congetture. Nella saletta non si sta cercando di organizzare un’azione comune, ma si formulano previsioni e ipotesi. E l’orientamento quasi generale sembra essere quello di prepararsi per il momento in cui gli alleati arriveranno”

Mantenere i contatti reciproci, organizzare i rispettivi movimenti politici per ogni eventualità. Anche le intenzioni più concrete di qualcuno naufragano in questa atmosfera: tutto sta per approdare a un nulla di fatto. Tra poco ci congederemo con un “buon appetito” e a presto. 

Chiedo la parola. La diplomazia non è mai stata il mio forte. Il mio italiano zeppo di locuzioni francesi non mi consente troppe sfumature. Senza circonlocuzioni faccio capire chiaramente che l’ora dei discorsi è passata. È il momento di passare all’azione. Propongo perciò la costituzione di un organismo unitario per coordinare le formazioni di combattimento.

A differenza dei “bordighiani” che sognano la rivoluzione d’ottobre anche in Italia,  Giovanni Pesce appare in grado,  prima di tutto, di fare una valutazione politica dei fatti, possibilmente lontana dagli auspici e aderente alla realtà. 

La realtà è che i tedeschi non cedono né si ritirano dalla penisola, ma al contrario prendono sempre più possesso del territorio, militarizzandolo, mentre tentano di restituire una veste di Governo (in realtà fantoccio) a Mussolini attraverso la RSI. 

Nel contempo sarebbe impensabile che un comunista non si rendesse conto della vera natura del governo Badoglio (il cui ministro della difesa sarà del tutto latitante al tavolo della pace) e del comportamento della monarchia. 

La stessa borghesia che ha permesso l’ascesa del fascismo ora lo destituisce ma non certo per consentire la ripresa di una normale vita democratica. 

Eppure i massimi sognatori rivoluzionari non vedono affatto l’urgenza e la necessità che il Paese prenda in mano da sé il proprio destino e che le forze politiche sopravvissute al ventennio, in fase di riorganizzazione, unite nel più ampio schieramento possibile, come dirà Togliatti nel celebre discorso di Salerno, si adoperino per cacciare i tedeschi dal territorio nazionale e sconfiggere quel che resta dei fascisti, né si avvedono di quali conseguenze politiche abbia la resa incondizionata alle truppe alleate se non si ricostruiscono forze in grado di restituire all’Italia la capacità di darsi un nuovo governo, in maniera democratica. 

Chissà quali lezioni politiche potrebbe darci oggi il comandante Visone sul quadro politico che stiamo vivendo. L’Italia ripudia la guerra, e nella Costituzione ha scritto il divieto di ricostituzione del partito fascista, proprio perché agli uomini come il compagno Pesce non piacque dover combattere una guerra e ne conservarono i traumi profondi per tutta la vita. In quel momento, in quel contesto, essi dovettero combattere. 

“Ma voi, voi comunisti cosa farete?” È la domanda che serpeggia tra tutti; che corre nelle famiglie; l’interrogativo sul quale specula il nemico. “Noi oggi combattiamo gli assassini, combattiamo per quel comandamento nel quale tutti i cattolici credono e che impone di non ammazzare il prossimo. Noi combattiamo la guerra e combattiamo quindi perché la strage degli innocenti finisca. Noi combattiamo perché l’uomo abbia la sua dignità e la dignità di un uomo non sia dissimile da quella dell’altro. Noi combattiamo contro la prepotenza, contro la prevaricazione, contro la sopraffazione attuata dai gerarchi fascisti, incarnazione attuale dei prepotenti di ieri. Io non sono cattolico ma rispetto te e quelli che la pensano come te, perché tu combatti per la gente umile, per la libertà dei poveri, per la dignità di quelli che sono calpestati. Che parole potrei dire che siano più eloquenti e convincenti di quello che faccio oggi, di quello che fa ognuno dei miei compagni di partito?” 

In quel momento, in quel contesto, essi dovettero ingegnarsi nel fabbricare rudimentali ordigni esplosivi: 

la miccia? Barontini prosegue: “ora t’insegnerò qualche cosa di più. Prendi appunti, anche se è contro le regole della clandestinità. Per costruire una miccia a combustione lentissima, che non faccia fiamma e che bruci silenziosamente: questa miccia (stoppino) non si trova in commercio.” 

Barontini continua: “Prendi un filo comune da calza, preferibilmente bianco e di lino, perché inodore e meno fumogeno. Stempera 8 grammi di bicromato di potassa in cento grammi di acqua; lascia bollire dieci minuti il cotone, dopo di che lo lasci asciugare al buio. Poi prendi, ben asciutti, 40 fili di detto cotone, lunghi secondo la necessità e con un filo del medesimo cotone avvolgi i 40 fili facendo così un cordoncino che brucerà per mezzo centimetro al minuto.” 

“Certo,” commento, “sembra veramente facile.” 

“È facile,” prosegue Barontini, “se hai un amico fabbro.” 

Di azioni ne misero a segno molte. Furono in grado di restituire alle formazioni politiche antifasciste quella dignità che non avrebbero mai avuto per sedere al tavolo della ricostruzione democratica dopo la fine della guerra. 

Con queste motivazioni il comandante Visone fu insignito della medaglia al valore militare: 

«Valoroso combattente garibaldino, lottò strenuamente in Spagna per la causa della libertà e della democrazia riportando tre gravi ferite. Il movimento di ribellione alla tirannide nazifascista lo trovò ancora, ardito ed instancabile partigiano, al suo posto di lotta e di onore. Tra innumerevoli rischi, alla testa dei suoi valorosi G.A.P. organizzava e conduceva audacissime azioni armate, facendo sempre rifulgere il valore personale e l’epica virtù dell’italica gente. Ferito ad una gamba in un audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito e dal martirio delle carni straziate e dal sacrificio di molti compagni caduti, seppe trarre nuova e maggiore forza combattiva, mantenendo pura ed intatta la fede giurata. In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra, fronteggiava coraggiosamente un sopraggiunto gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume. I suoi numerosi sabotaggi, gli arditi e decisi attacchi alle caserme ed ai comandi nemici furono e saranno sempre fulgida gloria per il movimento di rinascita nazionale e per l’Italia tutta. Noncurante delle fatiche e dei disagi, inaccessibile allo scoraggiamento, infondeva sempre ardore ed entusiasmo in quanti lo seguirono nella dura ma radiosa via della libertà. Organizzatore eccezionale ed eroico combattente, dotato di irresistibile leggendario coraggio conquistò con il suo valore un luminoso primato alla gloria delle formazioni garibaldine ed alla gloria immortale della Patria

Nelle motivazioni la parola “comunista” viene opportunisticamente evitata. 

A questo ci è parso doveroso porre rimedio, nell’anniversario della sua scomparsa, e in questi tempi oscuri in cui l’ideologia fascista sta cercando di riprendere il potere.

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