Ed ora il Jobs act verrà giudicato dalla Corte Costituzionale. A chiedere il pronunciamento è stato il Tribunale del lavoro di Roma

Si tratta della decisione del tribunale del lavoro di Roma che ha rinviato al giudizio della Corte Costituzionale il contratto a tutele crescenti del Jobs Act per violazione di alcuni fondamentali articoli della Costituzione. Lo ha deciso il giudice nel disporre un’ordinanza relativa a una causa promossa dalla Cgil.

“Il rinvio – ha spiegato la Cgil – è importante ed evidenzia molti dei limiti, da noi sempre denunciati, sulla normativa in materia di licenziamenti introdotta dal governo Renzi: un’indennità risarcitoria che non ha carattere né compensativo né dissuasivo e che crea pericoli di discriminazione; l’attribuzione di un controvalore monetario irrisorio e fisso a un diritto fondante come quello al lavoro; un’inadeguatezza delle sanzioni rispetto a quanto previsto dalla regolamentazione comunitaria e dalle convenzioni sovranazionali (Carta di Nizza e Carta sociale). Una norma che, fin dalla sua presentazione, abbiamo giudicato sbagliata e grave e che deve essere cambiata”.

“L’ordinanza del tribunale di Roma – conclude il sindacato – è un importante segno della possibilità e della necessità di cambiare le attuali normative sui licenziamenti contro le quali, dopo la raccolta di firme per un referendum non ammesso dalla Corte Costituzionale, continua la nostra battaglia sia sul versante della contrattazione che su quello legislativo e giudiziario, con la presentazione fra poche settimane del reclamo collettivo al Comitato europeo dei diritti sociali”.

La Corte Costituzionale dovrà verificare la legittimità del Jobs act (gli articoli 2, 4, 10 del decreto legislativo 23 del 2015) «in contrasto con gli articoli 3, 4, 76 e 117 della Costituzione». L’ordinanza riguarda un caso di licenziamento «per giustificato motivo oggettivo» economico per una lavoratrice assunta dopo il 7 marzo 2015, data dell’entrata in vigore del Jobs act. Un licenziamento palesemente illegittimo che però, grazie alla riforma cardine del renzismo, il datore di lavoro (la Settimo Senso Srl) ha potuto effettuare pagando poche migliaia di euro. La dipendente – Federica Santoro, rappresentata dall’avvocato Carlo De Marchis – infatti è stata indennizzata con sole 4 mensilità proprio rispetto delle cosiddette «tutele crescenti». Per il giudice «l’indennità risarcitoria» è troppo bassa specie a confronto del trattamento applicato ai lavoratori assunti prima della riforma: la cifra «non riveste carattere compensativo – scrive Cosentino – né dissuasivo ed ha conseguenza discriminatorie» anche perché «viene attribuito un controvalore monetario e fisso» – due mensilità per ogni anno. (…)

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