I numeri falsi di Nannicini sul lavoro

di Marta Fana

In vista dell’autunno, i temi più caldi tornano a essere quelli del lavoro e delle pensioni. Dalla maggioranza e suoi megafoni celebrano le riforme degli ultimi due anni, soprattutto il Jobs Act.

Un ritornello che compete con le hit estive: non soltanto la crisi è alle spalle, ma addirittura, dice a Repubblica l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, le aspettative del governo sugli effetti del Jobs Act erano inferiori a quel che poi si è osservato. L’economista della Bocconi sostiene che “rispetto a più di un milione di posti di lavoro bruciati dalla crisi, in due anni è stato colmato quasi l’80%, in gran parte con lavoro stabile”.

Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat, a fine trimestre 2017 si contano ancora 363.489 lavoratori in meno rispetto al 2008. Nel 2014, ultimo anno di recessione tecnica, la contrazione degli occupati rispetto al 2008 ammontava 811.431 unità. Il recupero millantato da Nannicini si ferma al 55% dei posti persi e non all’80%. Il tasso di occupazione nel primo trimestre 2017 è il 57,2% contro il 58,6% del 2008, record negativo europeo. Il dato più lampante è quello della distribuzione anagrafica dei nuovi occupati tra il 2014 e il 2017: quasi un milione di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35.

La stabilizzazione del lavoro, poi, non esiste. La quota di lavoratori a termine sul totale degli occupati dipendenti raggiunge di trimestre in trimestre un nuovo record. Inoltre, la transizione da lavoro a termine verso il lavoro (precariamente) stabile è aumentata, come ormai ampiamente dimostrato, soltanto grazie agli imponenti sgravi contributivi alle imprese – fino a 8.060 euro per le assunzioni del 2015 poi ridotti con la legge di Stabilità 2016. L’effetto dovuto all’abbattimento delle tutele dei lavoratori, cioè quello diretto del al Jobs Act, non emerge dai dati. L’incidenza della transizione da lavoro a tempo determinato in indeterminato aumenta soltanto nel 2015, interessando il 24,2% dei lavoratori che avevano un contratto a termine. Già nel 2016, la dinamica delle stabilizzazioni torna ai livelli pre Jobs Act, attorno al 19,6% (contro il 19,8% del 2014). Ad aumentare sensibilmente, +23,6% rispetto al primo trimestre del 2016, è invece la quota di lavoratori gestiti attraverso le agenzie di somministrazione che assumono lavoratori, principalmente a termine, e li prestano alle aziende che ne fanno richiesta. Il lavoro sempre più usa e getta.

Nel racconto governativo non c’è mai un ragionamento sulla qualità del lavoro dal punto di vista della produzione. a nuova occupazione si concentra nei settori dei servizi a scarso potenziale espansivo: il turismo, i servizi alle imprese (come la logistica), la ristorazione. Nulla che possa innescare una crescita robusta dell’economia e della produttività. Non potrebbe essere altrimenti per un Paese il cui livello di investimenti rimane drammaticamente basso e non rivolto a innovazione, ricerca e sviluppo. Nonostante una realtà inconfutabile, la direzione politica rimane ancorata a ricette fallimentari (sgravi contributivi e politica dell’offerta) ma efficaci a trasferire risorse dalle tasse dei lavoratori ai conti delle aziende.

L’ostinazione con cui governo e suoi sodali perseverano nel raccontare una realtà che non esiste cela un altro dibattito, tutto interno alle correnti di potere che da qui a qualche mese dovranno emergere in vista delle elezioni. Da un lato il ministro Calenda che lancia la necessità di un piano industriale – dichiarazioni ancora tutte da verificare – e dall’altro, i renziani imperterriti nel difendere l’utilità di spostare risorse e potere dai lavoratori alle imprese.

il fatto quotidiano, 15 agosto 2017

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