Marcinelle, oggi come allora i lavoratori vengono sfruttati e ammazzati, altro che industria 4.0

“A Marcinelle, la strage-simbolo dei lavoratori migranti. Una mattanza che non finisce mai”. E’ la sitensi dell’iniziativa che ieri si è tenuta a Mira, in provincia di Venezia, a cura del circolo Auser “Peppino Impastato” con il patrocinio del Comune. Nel corso dell’incontro, a cui ha partecicpato Fabio Sebastiani, direttore di Controlacrisi, si è tornati a parlare della strage dell’8 agosto del 1956 dove morirono più di duecentosessanta minatori appartenenti a dodici nazionalità diverse. Il “contingente” più numeroso fu quello italiano, con più di centotrenta vittime.

I “dettagli secondari” di questa vicenda, nella quale in definitiva non ci furono condanne se si esclude un ingegnere che si è limitato a pagare una sanzione amministrativa di importo modesto, rivelano che quella fu una strage di “deportati”. Apparentemente migranti ma in realtà “carne da macello”. A monte di quell’evento ci fu l’accordo “Uomo-Carbone” tra l’Italia (De Gasperi) e il Belgio. Nessun parlamentare italiano, che pure votò quell’accordo, andò a contrallare in quale situazione si mandassero a lavorare quei giovani. La miniera di Marcinelle, ma questo lo si scoprì dopo, doveva essere chiusa da anni. Fu riaperta, con strutture produttive inadeguate, proprio perché arrivò “carne fresca” dall’Italia, che in cambio ricevette l’opzione a comprare carbone a prezzi competitivi.
L’accordo fu concluso nel ’46, al termine di una guerra che stremò il nostro paese e lo scosse fin nelle fondamenta. Per far ripartire la nostra economia serviva anche energia a buon mercato. E la strage fu il prezzo pagato da quei lavoratori. Basti pensare che al processo in primo grado i parenti delle vittime furono condannati al risarcimento delle spese processuali. E che il museo che sorge oggi nella zona è stato possibile grazie all’impegno della comunità italiana, che tra gli anni ottanta e novanta dovette difenderlo contro il progetto di costruirci un supermercato. L’internazionalismo, proclamato a parola da sindacati e partiti di sinistra, si fermò di fronte al ricatto economico.

Mutati i fattori il prodotto non cambia. Oggi come allora i lavoratori migranti vengono sfruttati come manodopera a basso costo nelle filiere di processi produttivi dove la sicurezza è azzerata, così come gli investimenti. Processi “poveri” dove l’abbondanza di manodopera è il vero motore del profitto. I dati, pubblicati oggi da Repubblica, rivelano una situazione paradossale: nonostante la crisi si continua a morire esattamente allo stesso ritmo di prima. Perché? Perché i padroni “cavano” i profitti dal lavoro nudo e crudo. Altro che impresa 4.0!

All’iniziativa sono intervenuti anche alcune “poete” che hanno declamato brani legati alla tradizione del movimento dei lavoratori, soprattutto per quel che riguarda la dura esperienza dell’emigrazione. Tra le altre, Lucia Guidorizzi Antonella Barina Isabella Albano Lavinia Vivian Raffaela Ruju Tiloca. Questa che riportiamo è una poesia di Isabella Albano. La poesia è in dialetto veneto ma si capisce senza alcun problema.

Semo i fioi dei teroni

Sì, semo i fioi dei teroni, quei che per sentirse precisi dei altri e
no eser messi da parte
i ga imparà el diaëto

quei
che no podeva
sercar ea memoria
nele piere che i calpestava

quei
che vardando
el cielo pensava
se anca queo
de so nona
quando ea gera picoeta
el gaveva el stesso color

quei
che disendo
da dove vegniva so’ pare
i leseva ea condana nei oci
de chi che pensava
ch’el ghe gaveva robà
el lavoro al suo

Quei
che sentiva dir
che i teroni xè sporchi
perché i ga paura de l’aqua

che i magna
robe strane che spussa
ma che po a sagiarle
no e xè cussi cative

che i ga i oci che ride
anca quando el cuor
el xè in tochi

che i te invita a magnar
anca quando
in toëa no basta gnanca per lori

Ma nialtri no no semo teroni
semo i fioi dei teroni
semo nati qua
e no voemo tornar
in un posto che no conosemo

Voemo sentir che l’aria che ne impenisse i polmoni
ea xè questa de casa nostra

Nel’anima gavemo
na nenia che vien da lontano
nea mente l’amor per ea tera che ne gà visto nasser

Semo i fioi dei teroni
E gavemo do modi
de vardar e robe
E in sta maniera
podemo regalarve
ea beleza de
de sentir che el
mondo xè de tuti e
che ea musica
de l’aria, de l’aqua e dea piova
unisse chi che xè nati qua co quei che i vien da più in là

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