Caso Maldonado, intervista (audio) a Dora Salas: “Prove che spazzano le bugie dette finora”

Dalle intercettazioni telefoniche emerge che la gendarmeria ha ordinato di far sparire l’automobile con la quale l’uomo è stato prelevato.

Arrivano novità sul sequestro del giovane attivista Santiago Maldonado, desaparecido dal 1° di Agosto 2017, nel corso di una mobilitazione a difesa delle rivendicazioni del Popolo Mapuche in Argentina. E non sono certo rassicuranti. Secondo quanto ha riportato su “Pagina 12” il giornalista argentino Horacio Verbitsky la polizia ha tentato di far sparirre alcune delle prove che metterebbero in luce un intervento violento da parte degli agenti. Verbitsky ha pubblicato il resoconto delle intercettazioni telefoniche tra i reparti operativi e la gendarmeria.

Dai dialoghi risulta che l’ordine impartito è stato quello di far sparire l’auto sulla quale Maldonado è stato trasportato. La gendarmeria nega ogni responsabilità, ma ci sono video e foto che ne provano il coinvolgimento diretto. Anche grazie alla pressione internazionale, la magistratura avvia una timida indagine che chiama in causa anche il Gruppo Benetton, che avrebbe richiesto l’intervento repressivo. Su questo caso, a livello internazionale è stata indetta una mobilitazione per il giorno 1 ottobre.

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“La storia ufficiale argentina definisce “Conquista del deserto” lo sterminio delle popolazioni originarie nel Sud del Paese, un territorio oggi conteso e rivendicato dai loro discendenti”, scrive Marco Consolo, responsabile Esteri del Prc. “L’aggressione, a metà dell’800, fu portata avanti dal governo centrale con il supporto della Gran Bretagna. Un consorzio fatto da finanzieri e multinazionali britanniche si spartì il bottino con i notabili locali”.

Dopo successive spartizioni, nel 1991 il Gruppo Benetton è venuto in possesso, continua Consolo, per l’irrisoria cifra di 50 milioni di dollari, di quasi un milione di ettari, il più grande latifondo di tutta l’Argentina. Su queste terre, appartenute da sempre al  popolo Mapuche (oggi confinato in vere e proprie “riserve”), il Gruppo Benetton produce circa il 10% delle lane per i propri
marchi. Ma oltre alle 280 mila pecore, ai 16 mila bovini, agli 8.500 ettari coltivati a soia, queste terre sono anche ricche di risorse minerarie e petrolifere. Il conflitto per la terra non si è mai fermato, ma sono abissali le differenze tra le rivendicazioni dei Mapuche e la risposta delle istituzioni. Ragion per cui, dalla fine delle dittature civico-militari, le comunità Mapuche hanno ripreso a organizzarsi e a confrontarsi con le istituzioni, attraverso mobilitazioni e proteste pacifiche, per rivendicare la legittimità della propria lotta.

La terra è stata e rimane una questione centrale per queste popolazioni, non solamente per l’aspetto economico, ma anche per il suo significato culturale e religioso. Negli ultimi anni è cresciuta la resistenza del popolo Mapuche e le tensioni con il Gruppo Benetton, con conseguente accelerazione dell’azione repressiva da parte del governo di Mauricio Macri e delle autorità locali. E così la lotta in Patagonia diventa più dura e le pallottole di gomma sparate dalle forze repressive diventano di piombo. Un anno fa, Facundo Jones Huala, leader riconosciuto dei mapuche, viene arrestato con l’accusa non provata di essere un terrorista e comincia un lungo sciopero della fame per denunciare al mondo le ingiustizie patite dai popoli originari dell’Argentina. Dopo la scomparsa in democrazia di Julio Lopéz (testimone nei processi contro i militari) di qualche tempo fa, in Argentina torna lo spettro dei desaparecidos e della desaparición forzada.

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