Niente di convincente all’ombra della cosiddetta industria 4.0

Intervento di Federico Giusti

Cinque persone assunte in pochi mesi, inizia cosi’ un articolo de Il sole 24 ore che esalta le ricadute positive di Industrai 4.0 sull’indotto industriale e a mo’ di esempio viene presa Rivalta, alle porte di Torino, un tempo sede di tante industrie meccaniche ed oggi vittima di delocalizzazioni che hanno cancellato posti di lavoro seminando miseria e rassegnazione. Poche industrie di nicchia, e con pochi addetti, possono sancire la ripresa occupazionale? A noi sembra di no.

Gli effetti di Industria 4.0 si stanno vedendo nell’area Piaggio dove due fabbriche, la Ristori e la Tmm, sono state distrutte e altre rischiano di fare la stessa fine. I numeri delle nuove assunzioni sono risibili se confrontanti con i posti nel frattempo perduti, probabilmente l’entusiasmo dei padroni è legato ai profitti e agli utili delle aziende.

L’effetto di Industria 4.0 è ancora tutto da verificare ma dai primi dati non c’è da stare tranquilli. Il rapporto costi e benefici a fronte di tanti incentivi alle imprese vede la voce occupazionale soccombere, i posti di lavoro creati ad oggi sono assai meno di quelli perduti e non si misura l’effetto solo con il giro di affari. In realtà molte aziende dell’indotto giudicate obsolete stanno per chiudere, la produzione delocalizzata dove il costo del lavoro è ai minimi termini.

Si legge di nuove ordinazioni ma siamo ormai abituati, anzi assuefatti, ad assunzioni precarie, a doppi turni, a straordinari imposti con accordi sindacali, a qualche premio di produttività per tenere buoni gli operai, il tutto per soddisfare le richieste del momento o riempire i magazzini. Quello che accade poi successivamente vede le aziende madri rivolgersi altrove o concludere accordi nel Sud est asiatico per delocalizzarvi la stessa produzione a costi ridotti. La ripresa del mercato e delle ordinazioni la vedono solo gli industriali che nel frattempo stanno inserendo, con i soldi pubblici, informatica e robotizzazioni.

Che il capitalismo italiano avesse bisogno di fare un salto tecnologico è risaputo dopo 30 anni di produzione delocalizzata e investimenti irrisori, ma questa nuova tecnologia quanti posti di lavoro creerà? Ben pochi rispetto ai posti nel frattempo distrutti e i posti di lavoro nuovi sono tutti legati a una specializzazione che pochi possono vantare visto che il sistema di formazione professionale è stato distrutto da 30 anni a questa parte.

Oggi i padroni ci dicono che serve manodopera specializzata, ma questa manodopera dove la prenderanno? E chi sta intanto investendo per formare la nuova classe operaia tecnologica? Domande semplici alle quali si continua a non rispondere.

Ma intanto gli enti locali si mettono in competizione per offire i loro servigi, basta leggere lo studio commissionato da Regione Lombardia, Unioncamere e Assolombarda secondo cui Industria 4.0 aumenterà del 10% i posti di lavoro nel manifatturiero. Le previsioni parlano di 8 milioni di posti tradizionali destinati a sparire di scena sostituiti da 10 milioni di nuovi impieghi legati alla nuova rivoluzione tecnologica. Ma stando ai numeri attualmente in nostro possesso per 4 posti di lavoro perduti a dir tanto se ne creano due, questa è la verità. Quando poi leggiamo che il settore della informazione e della comunicazione potrebbe essere il motore della ripresa, o uno dei motori, ricordiamo che nel settore ci sono stati da 15 anni ad oggi migliaia di licenziamenti. Ci dicono, infine, che ci sono pochi laureati in questo settore ma le immatricolazioni nelle scuole superiori e nelle università continuano a calare , segno che l’effetto delle controriforme nell’istruzione hanno prodotto solo danni.

Allora non sarà il caso di capovolgere la narrazione padronale su Industria 4.0?

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