Crescono povertà assoluta e divario fra chi vive nel benessere e chi è rimasto indietro

Rapporto Censis. Crescono povertà assoluta e divario fra chi vive nel benessere e chi è rimasto indietro. Sud abbandonato. Mobilità sociale bloccata e disuguaglianze creano rabbia, rancore. Pochi laureati, giovani se ne vanno. Arrivano gli immigrati più poveri.

Tre cose ci colpiscono leggendo il 51° rapporto Censis 2017 sulla situazione sociale del Paese.

L’ottimismo sull’Italia  che  si risolleva, corre la produzione industriale – si legge – con performance che superano anche quella tedesca, volano gli investimenti, almeno quelli privati, tornano i consumi che, si dice, sono cresciuti negli ultimi tre anni, soprattutto il piacere di consumare, si spende di nuovo in cultura, parrucchieri, prodotti cosmetici e trattamenti di bellezza, pacchetti vacanze. Insomma il nostro sarebbe diventato il paese di bengodi. Tutti al mare, in montagna, vacanze. Però, però, i ricercatori del Censis devono essersi accorti che in ottimismo stavano superando perfino l’Istat, il che è tutto dire. Già, perché il nostro Istituto sta diffondendo dati per niente ottimisti sull’andamento dell’economia. La ripresa già lenta non solo non corre ma rallenta ancora. Il Pil nel terzo trimestre cala dello 0,1 rispetto alle previsioni e si colloca al più 1,4%. La produzione industriale non corre. Siamo il fanalino di coda fra i paesi della Ue. Seconda osservazione. Sempre il rapporto Censis ci fa sapere che cresce la povertà assoluta che ha colpito oltre 1,6 milioni di famiglie nel 2016 con un con un boom del +96,7% rispetto al periodo pre-crisi. Gli individui in povertà assoluta sono 4,7 milioni, con un incremento del 165% rispetto al 2007. Coinvolte tutte le aree geografiche, con un’intensità maggiore al Centro (+126%) e al Sud (+100%). Il boom della povertà assoluta rinvia a una molteplicità di ragioni, ma in primo luogo alle difficoltà occupazionali, visto che tra le persone in cerca di lavoro coloro che sono in povertà assoluta sono pari al 23,2%. Il fenomeno ha una relazione inversa con l’età: nel 2016 si passa dal 12,5% tra i minori (+2,6% negli ultimi tre anni) al 10% tra i millennial (+1,3%), al 7,3% tra i baby boomer, al 3,8% tra gli anziani (-1,3%). La povertà assoluta ha l’incidenza più elevata tra le famiglie con tre o più figli minori (il 26,8%, +8,5%). I dati mostrano un altro trend il cui potenziale sviluppo può avere gravi implicazioni nel futuro: l’etnicizzazione della povertà assoluta. Nel 2016 il 25,7% delle famiglie straniere è in condizioni di povertà assoluta contro il 4,4% delle famiglie italiane, mentre nel 2013 erano rispettivamente il 23,8% e il 5,1%. Terza osservazione.

Lavoro. Il Censis parla di “mito del posto fisso”, quasi fosse un peccato

Nel vuoto di aspirazione. si legge nel Rapporto, resiste il mito del posto fisso. Ne parlano come se fosse un peccato. Ci viene da chiedere quale idea abbiano del lavoro i ricercatori del Censis abbiano quando scrivono che “ormai i vecchi miti appaiono stinti, ma i nuovi sono privi di forza aggregatrice. Infatti per gli under 30 al primo posto ci sono i social network. Per la media degli italiani resiste invece un mito vecchissimo, davvero duro a morire nonostante i colpi bassi delle leggi Fornero e del Jobs Act: il posto fisso, al primo posto per il 38,5%. E a sorpresa, il posto fisso si piazza al secondo posto anche per la fascia più giovani, anche se è quasi a pari merito con lo smartphone”.  Domandiamo loro se pensano che sia molto bello il fatto che un giorno si può lavorare e quello dopo no, oppure che non si può formare una famiglia senza certezze di poterla mantenere, non si possono mettere al mondo figli senza sapere quale sarà il tuo futuro.

Un ascensore sociale irrimediabilmente rotto. Facile invece scivolare in basso

Sono gli stessi ricercatori a mettersi in contrasto con se stessi, con la visione ottimistica dello stato del nostro paese, una visione che rimbalza sui media, si fa sempre più netta mentre ci si avvicina alle elezioni quando  affermano che “torna il primato del benessere soggettivo”. Tradotto in termini più semplici è il riconoscimento  delle diseguaglianze sociali che sono cresciute e il benessere di cui parla il rapporto appunto è “soggettivo” tanto che il Rapporto segnala che “si accentua sempre di più il divario tra chi ha compiuto finalmente il balzo in avanti, liberandosi dalle strettoie della crisi, e una maggioranza rabbiosa che è rimasta indietro. Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”. Entra in campo la parola “rancore” che significa” risentimento, avversione profonda, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto.

Una parte enorme della popolazione italiana – sottolinea il rapporto – guarda con invidia un ascensore sociale irrimediabilmente rotto: l’87,3% degli appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile risalire nella scala sociale, una posizione condivisa dall’87,3% del ceto medio e persino dal 71,4% del ceto benestante. Tutti invece pensano che sia estremamente facile scivolare in basso nella scala sociale, compreso il 62,1% dei più abbienti. La paura del declassamento afferma il rapporto è il nuovo fantasma sociale. Ed è una componente costitutiva della psicologia dei millennials: l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso. Allora si rimarcano le distanze dagli altri: il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai.
Italia sempre meno coesa che si guarda in cagnesco. Situazione socio-economica allarmante

E in quest’Italia sempre meno coesa, che si guarda in cagnesco, bloccata dalla paura di perdere quel poco o quel molto che ha, cresce un’immigrazione che si candida ogni giorno di più alla marginalizzazione. Nel nostro Paese arrivano gli immigrati più poveri e meno qualificati: a fronte di un dato medio degli extracomunitari con istruzione terziaria in Europa pari al 28,5% (ma con punte del 50,6% nel Regno Unito e del 58,5% in Irlanda), da noi ci si ferma al 14,7%. Nel 2016 su 52.056 nuovi permessi rilasciati dalla Ue a lavoratori qualificati, titolari di Carta blu e ricercatori, appena 1.288 erano per l’Italia, a fronte di 11.675 per i Paesi Bassi.

Ancora, spigolando nelle pagine del rapporto, sintetizziamo, si costruisce un quadro allarmante della situazione socio-economica dell’Italia.

Pochi laureati, sempre più in fuga verso l’estero.

Siamo penultimi in Europa per numero di laureati, con il 26,2% della popolazione di 30-34 anni, una situazione aggravata dalla forte spinta verso l’estero, che assorbe una buona quota di giovani qualificati. Infatti nel 2016 i trasferimenti dei cittadini italiani sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010. Quasi il 50% dei laureati italiani si dice pronto a trasferirsi all’estero anche perché, calcola il Censis, la retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea si aggira intorno a 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali ma arriva a 2.200 euro all’estero.

Sempre meno giovani.

Gli over 64 intanto hanno superato i 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione, mentre le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva. Si è ridotto anche l’apporto delle donne straniere, prezioso negli ultimi anni: nel 2010 il numero di nascite per le extracomunitarie era in media di 2,43, ma nel 2016 è sceso a 1,97, mentre per le italiane è di 1,26 figli per donna.

Il Sud abbandonato.

La polarizzazione non è solo tra chi gode dei benefici della ripresa, e chi è rimasto indietro, ma anche tra un Nord Italia e una capitale sempre più attrattivi e un Sud che offre sempre meno e che si sta letteralmente desertificando. Tra il 2012 e il 2017 nell’area romana gli abitanti del capoluogo sono aumentati del 9,9% e quelli dell’hinterland del 7,2%. A Milano l’incremento demografico è stato rispettivamente del 9% e del 4%, a Firenze del 7% e del 2,8%. Si spopolano invece le grandi città del Sud, a cominciare da Napoli, Palermo e Catania, dove affonda anche il Pil. Ma va male anche alle città intermedie come Torino, Genova e Bari. Ancora, si parla di lavoro che si va sempre più polarizzando, con la scomparsa di figure intermedie, fra professioni intellettuali e impieghi non qualificati. Nell’ultimo anno vince la gig economy, l’incremento di occupazione più rilevante riguarda gli addetti allo spostamento e alla consegna delle merci, più 11,4. La crisi del lavoro provoca anche difficoltà dei sindacati tradizionali: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere. Su 11,8 milioni di iscritti alle tre sigle, 6,2 milioni sono costituiti da lavoratori attivi (+0,2%) e 5,2 milioni da pensionati (-3,9).

Non c’è fiducia nei partiti politici.

L’84% italiani non ha fiducia nei partiti politici. L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici.

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