PE.S.CO o N.A.T.O? parte seconda: ognuno per sé

Pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Gregorio Piccin sulla militarizzazione dell’Unione Europea (e del nostro Paese).

La prima parte è stata pubblicata sul nostro sito (la trovi qui) il 14-12-2017.

PE.S.CO 0 N.A.T.O?  parte seconda: ognuno per sé.

Uno dei punti indicati nella premessa al protocollo PESCO recita testualmente: “…L’Unione europea e i suoi Stati membri si impegnano nella promozione di un ordine mondiale basato sulle regole con il multilateralismo come principio chiave e l’Onu come centro…”.

Se così fosse, sarebbe davvero un buon punto di partenza. Tuttavia la storia degli interventi militari e più in generale di tutta la politica estera dei principali paesi europei (compreso il nostro) dopo il 1989 ci dimostra come né il diritto internazionale, né il multilateralismo, né tantomeno l’Onu siano stati tenuti in debita considerazione.

Hanno aderito alla PESCO 24 paesi dell’Unione Europea: Italia, Francia, Germania, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. Restano fuori, per il momento Danimarca, Irlanda, Portogallo e Malta.

Un folto gruppo di stati molto eterogeneo ha quindi deciso di assumere impegni concreti nel settore militare anche se, come abbiamo già accennato nella prima parte di questo lavoro, dal punto di vista operativo la PESCO non rappresenta certo una svolta verso una maggiore autonomia europea rispetto alla NATO.

Il cuore di questa operazione è una lista di 20 punti contenuti nel protocollo PESCO.

Il primo di questi punti richiede l’aumento del budget da dedicare alle spese militari. A seguire una lista di direttive rispetto alle quote di budget da dedicare alla ricerca e sviluppo di sistemi d’arma sia di interesse “nazionale” che di interesse comunitario.

Solo due dei venti punti indicati nel protocollo fanno riferimento ad impegni legati a disponibilità e dispiegamento di truppe in un quadro comune. Si tratta in realtà di un invito ai paesi che già non lo abbiano fatto di costituire il proprio battle group (1500 uomini) e di renderlo disponibile per esercitazioni congiunte e per il turno semestrale di stand-by nel quadro EU-BG (due battle group per semestre). Tutto ciò con un esplicito riferimento alla interoperabilità con la NATO.

In sintesi ciò che l’Europa ha messo in campo a partire dal 2005, e che conferma ora con la PESCO, sono al massimo tremila uomini divisi in due battle group in attesa di essere impiegati in una qualche missione. Per completare il quadro va detto che in dodici anni di dottrina EU-BG nessun battle group è mai stato impiegato in guerra ed anzi qualche annata ha visto persino latitare almeno una delle quote previste…

Questo semplice dato potrebbe far pensare che i paesi europei (compreso il nostro) siano in realtà pacifici ed abbiano abbandonato le loro pulsioni belligeranti ma la storia degli ultimi vent’anni dimostra che gli stessi paesi, mentre hanno tenuto parcheggiati a turno i loro soldati nel EU-BG, hanno partecipato e continuano a partecipare in ordine sparso a tutte le guerre d’aggressione targate USA/NATO.

Non solo, dal 2002 hanno anche trovato le risorse per inquadrare i propri soldati nella NATO Response Force (NRF), una forza di reazione rapida costituita da 20.000 effettivi, pronta per l’impiego e proiettabile in ogni angolo del pianeta in tre giorni.

Ad ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza della così detta “difesa europea” è utile soffermarsi almeno sull’atteggiamento concreto dei due pilastri europei: Germania e Francia.

Lo scorso 15 febbraio Germania, Repubblica Ceca e Romania hanno annunciato, decisamente in sordina, l’avvio di un programma di radicale integrazione militare.

Come riporta Foreign Policy, l’81^ Brigata meccanizzata romena e la 4^ Brigata di fanteria ceca (già dispiegate in Kosovo, Afghanistan, Iraq e Bosnia Erzegovina) entreranno a far parte di due grandi unità tedesche: la 10^ Divisione corazzata e la Divisione di Reazione Rapida.

Il comando spetterà alla Germania e la lingua che si utilizzerà non sarà il tedesco bensì l’inglese e forse non a caso visto che l’annuncio di questa operazione (gennaio 2017) è stato fatto dai ministri della difesa dei tre paesi con la presenza di Camille Grand, Assistente alla Segreteria Generale per gli investimenti della difesa della NATO.

La Germania non ha intrapreso un’iniziativa unilaterale ma ha sviluppato il Framework Nations Concept della NATO che invita i piccoli eserciti ad integrarsi in sub-alleanze coordinate, funzionali ed organiche allo stesso Patto atlantico. Qualcosa di molto lontano da un “esercito europeo”.

Il governo tedesco ha colto la palla al balzo: disporre di alcune migliaia di soldati già professionalizzati, compensare la propria capacità di combattimento attraverso il conveniente sharing militare e quindi aumentare il proprio peso in seno alla Nato attraverso una rincorsa ai pesi massimi nucleari del proprio quadrante (Francia e Regno Unito).

Dall’altra parte dell’asse che domina l’Eurozona abbiamo la Francia. Questo paese è una media potenza militare con capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali nel continente africano e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare che esercita regolarmente ed in maniera unilaterale. La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di quanto questo paese sia disposto a fare per la “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana che potesse insidiare il franco CFA tuttora in uso in 14 stati sub sahariani, già colonie francesi. Prima di Gheddafi altri capi di stato hanno tentato la strada dell’indipendenza sostanziale ma è chiaro che la grandeur non può stare in piedi senza il pilastro della così detta Francafrique: negli ultimi 50 anni, in 26 paesi africani si sono susseguiti un totale di 67 colpi di stato; il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona e precisamente in 16 ex colonie francesi.

E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una sorta di ipocrita ricomposizione di interessi a livello di alcuni paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il franco CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Francafrique. Ma la convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria, hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni dall’Europa con una oggettiva difficoltà a produrre per il mercato interno ed estero e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più mantenere l’esclusiva su questa partita.

Ecco allora che dal 2015 la Germania ha inviato in Mali (non in Siria o in Iraq) un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia invierà un contingente di 500 soldati in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron nel corso di un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre a cui hanno partecipato oltre alla triade europea (Francia, Germania e Italia) anche Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania.

Tutto questo attivismo deriva dalla necessità di fronteggiare terrorismo jihadista e immigrazione o almeno questa è la versione ufficiale (anche per legittimare la stessa PESCO agli occhi dell’opinione pubblica). In realtà, sullo sfondo, si muovono accordi commerciali esclusivi, forniture di sistemi d’arma, multinazionali di bandiera e soldati che ne garantiscono, certificano ma soprattutto difendono l’esito.

Questo classico schema neocolonialista è il vero centro della “difesa europea – ognuno per sé”, congiuntamente al sostegno diretto al comparto industriale militare made in Europe…Non certo il diritto internazionale, il multilateralismo o l’Onu indicati nella grottesca premessa del protocollo PESCO come contesti di riferimento.

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