Gentiloni e Renzi: basta fake sull’occupazione!

di Roberta Fantozzi –

Il livello di occupati “più alto da 40 anni” twitta Gentiloni, “il jobs act funziona” cinguetta Renzi. Le rilevazioni Istat sul lavoro diventano occasione per il consueto esercizio di falsificazione della realtà da parte del Pd e del Governo, che disegnano un paese in cui non solo si è recuperata l’occupazione persa con la crisi, ma addirittura battiamo ogni record!

Ma i dati, a leggerli correttamente, dicono cose assai diverse:

  1. è del tutto falso che si sia recuperato il lavoro complessivamente perso in questi anni. Il confronto fatto in termini di ULA, cioè di “posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno” mostra che mancano ancora 1 milione di unità di lavoro rispetto al 2008. In sostanza gli occupati in più dipendono dalla crescita del part-time imposto e della sottoccupazione, non da posti di lavoro a orario pieno. Va ricordato che secondo i criteri di rilevazione dell’Istat è considerato occupato chiunque abbia svolto nella settimana in cui è intervistato, almeno “un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”;
  2. la crescita degli occupati è quasi integralmente riconducibile a contratti non solo a orario ridotto ma a termine. Nel confronto rispetto al novembre 2016, il 90,5% dell’occupazione in più è con contratti precari e meno del 10% è con tempo indeterminato;
  3. continua ad essere abnorme il dato dal punto di vista dell’età degli occupati. La crescita infatti è concentrata tra gli over 50 (+396mila rispetto ad un anno fa a fronte di un aumento complessivo di 345mila occupati). Diminuiscono invece in termini assoluti gli occupati nella fascia di età tra 35 e 49 anni (-161mila).

In sostanza l’occupazione cresce per le persone ultracinquantenni per gli effetti della controriforma Fornero delle pensioni, per gli altri ci sono solo contratti precari e di breve durata, mentre la quantità complessiva di lavoro continua ad essere inferiore di 1 milione di unità (equivalenti a posti di lavoro a tempo pieno) rispetto ai livelli precedenti la crisi.

Tutto questo è costato alla collettività circa 20 miliardi di decontribuzione nel triennio, a cui vanno aggiunte le risorse andate alle imprese per i tagli strutturali all’Irap e all’Ires (non meno di 8 miliardi annui), e quelle legate alle mille forme di incentivi messi in campo.

Per le lavoratrici e i lavoratori invece il Jobs Act ha comportato la definitiva eliminazione dell’articolo 18, demansionamenti, videosorveglianza, precarietà generalizzata.

Un successone, non c’è che dire!

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