Di cosa parliamo quando parliamo di Industria 4.0?

Anno 2007. La crisi finanziaria cominciava già a colpire l’Italia, ma in certe aree del Paese la contrazione della produzione industriale mordeva già da cinque anni almeno. I distretti industriali del tessile e del calzaturiero avevano cominciato a vendere meno. Specie quelli del Sud. Puglia, Campania, Sicilia. Gli imprenditori ne erano coscienti. Negli anni 70, 80 e 90 erano loro la «Cina d’Europa». Prezzi bassi, manodopera a basso costo, e esportazioni garantite anche dalla politica monetaria italiana.

Molte di quelle aziende hanno ridotto la produzione. Moltissime hanno chiuso. Qualcuno ha delocalizzato a Est per cercare manodopera a costi ancora più bassi. Quello che restava in Italia erano (e sono) zone industriali semi desertificate.

Anno 2016. Adidas dopo 20 anni di delocalizzazione in Asia, annuncia di voler tornare a produrre in Europa. In Germania, ad Ansbach, in Baviera. Niente più manodopera a basso costo (complice il fatto che in 20 anni il costo del lavoro si è alzato anche lì) ma robot e operai iperspecializzati. Un cambio di paradigma impensabile meno di dieci anni fa. Ma succede. E’ successo. E apre, per la prima volta concretamente, nuovi scenari nella produzione di beni e servizi. E del lavoro. La chiamano industria 4.0.

Finora abbiamo assistito a 3 rivoluzioni industriali. Per lo meno, 3 sono entrate nei libri di scuola.

XVIII secolo. Quella dell’energia idroelettrica, con il crescente uso della forza vapore e lo sviluppo di macchine strumenti.
XIX secolo. Quella dell’elettricità e della produzione di massa (assemblaggio in linea);
XX secolo. Quella dell’automazione e in particolare dell’elettronica e dell’informatica.
XXI secolo. Quella ancora non entrata nei libri di scuola, quella che stiamo vivendo.

E che Adidas in qualche maniera ci ricorda rischiando di diventarne un caso paradigmatico. Si tratta della rivoluzione digitale. L’industria 4.0.

Sinistra per la Lombardia

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