Non è lavoro, è sfruttamento

Turni massacranti nel settore della logistica, sfruttamento nel settore pubblico. Più che new economy sembra di essere tornati agli albori della società industriale, in alcuni casi peggio ancora, siamo all’epoca precapitalista.

Le misure legislative (l’ultima delle quali il Jobs act) che una dopo l’altra hanno smantellato i diritti in nome di un benessere che non si è mai materializzato. Lo stato che demolisce lo stato sociale ma continua ad intervenire pesantemente nella sfera economica.

Lo fa, per esempio, sborsando miliardi per risanare banche ridotte al fallimento da decenni di anarchia finanziaria, mentre i piccoli risparmiatori vengono sfrattati di casa perchè non riescono a far fronte alle rate del mutuo (mutuo probabilmente contratto presso le stesse banche salvate dallo Stato). E magari gli stessi lavoratori rimangono disoccupati perchè l’azienda per cui lavoravano ha deciso di delocalizzare dall’oggi al domani, ovviamente non prima di essersi intascata milioni di denaro pubblico via sussidi e sgravi fiscali.

La favola che, per cui con meno intervento pubblico e più flessibilità del mercato del lavoro, ci sia più crescita e prosperità.

Viviamo in un’epoca in cui il progresso tecnologico, potenzialmente, permetterebbe di lavorare meno ore e di raggiungere un miglioramento generalizzato del tenore di vita. Nonostante queste possibilità, la nostra è la prima generazione, dal dopoguerra, che sembra destinata a vivere peggio dei loro genitori, mentre i benefici derivanti dall’aumento della produttività degli ultimi decenni sono finiti nelle tasche di una minoranza privilegiata. Il bilancio della deregolamentazione e degli attacchi al mondo del lavorato è chiaro. Il risultato più tangibile è l’aumento di disoccupazione, disuguaglianza, precarietà e povertà.

E’ necessario ricostruire una cultura alternativa a quello dell’ideologia dominante. Egemonia culturale, si diceva una volta. Il cammino è sicuramente lungo, ma oggi abbiamo una possibilità in più di farcela.

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