Opporre lotta di classe e rivendicazione identitaria? Uguaglianza, identità e giustizia sociale

di Nancy Fraser

Il «riconoscimento » si è imposto come un concetto chiave della nostra epoca, nel momento in cui il capitalismo accelera i contatti tra le culture, infrange gli schemi di interpretazione e politicizza le identità. Gruppi mobilitati sotto il vessillo della nazione, dell’etnia, della “razza”, del genere, della sessualità lottano per “far riconoscere una differenza”.

In queste battaglie, l’identità sostituisce gli interessi di classe come luoghi della mobilitazione politica: si tende a chiedere di essere “riconosciuti” più come neri, omosessuali, abitanti della Corrèze o ortodossi, che come proletari o borghesi. La dominazione culturale sostituisce lo sfruttamento come sinonimo di ingiustizia fondamentale.

Questa mutazione costituisce una svolta, tale da condurre a una forma di balcanizzazione della società e al rigetto delle norme morali universali ? Oppure, offre la prospettiva di una correzione della chiave di lettura materialista, ritenuta screditata dalla caduta del comunismo di tipo sovietico, e suscettibile – essendo cieca rispetto alle differenze – di rafforzare l’ingiustizia, estendendo a tutti – in modo forzato – i valori della classe dominante?

Qui si confrontano due concezioni globali dell’ingiustizia. La prima, quella sociale, è il risultato della struttura economica della società. Prende la forma dello sfruttamento o della deprivazione. La seconda, di natura culturale o simbolica, deriva dai modelli sociali di rappresentanza, i quali – imponendo i propri parametro d’interpretazione e i loro valori, e cercando di escludere gli altri – danno luogo alla dominazione culturale, all’assenza di riconoscimento o al disprezzo.

Questa distinzione tra ingiustizia culturale ed economica non deve cancellare un fatto: nella pratica, questi due fenomeni si intrecciano, in modo da rafforzarsi, nel quadro di una dialettica. La subalternità economica, in effetti, impedisce ogni partecipazione alla produzione culturale, le cui norme sono – a loro volta – istituzionalizzate dallo Stato e dal mondo economico.

Correggere o trasformare?

Rimediare all’ingiustizia economica implica procedere a cambiamenti strutturali: distribuzione dei redditi, riorganizzazione della divisione del lavoro, assoggettamento delle decisioni sugli investimenti a un controllo democratico, trasformazione fondamentale del funzionamento dell’economia… Questo insieme, in tutto o in parte, fa parte della « redistribuzione ». Il rimedio all’ingiustizia culturale, dal canto suo, risiede nelle trasformazioni culturali o simboliche: rivalutazione delle identità disprezzate, riconoscimento e valorizzazione della diversità culturale, o – più globalmente – ribaltamento generale dei modelli sociali di rappresentanza, tale da modificare la percezione che ognuno ha di se stesso. Questo insieme fa parte del “riconoscimento”.

Questi concetti divergono nella loro concezione dei gruppi vittime dell’ingiustizia. Nell’ambito della redistribuzione, si tratterà di classi sociali in senso lato, definite innanzitutto in termini economici, secondo il loro rapporto con il mercato e i mezzi di produzione. L’esempio classico ne è l’idea marxista della classe operaia sfruttata, che include ugualmente i gruppi di immigrati, le minoranze etniche, etc. Nell’ambito del riconoscimento, l’ingiustizia non è più legata ai rapporti di produzione, ma a un difetto di considerazione. Si cita in generale i gruppi etnici che i modelli culturali dominanti proscrivono in quanto “diversi” e di “minimo valore”: lo stesso metro si applica agli omosessuali, alle “razze”, alle donne…

Le rivendicazioni legate alla redistribuzione esigono spesso l’abolizione degli elementi economici che costituiscono il fondamento della specificità dei gruppi, e tendono a promuovere l’indifferenziazione fra questi. Al contrario, le rivendicazioni legate al riconoscimento, che partono dalle (presunte) differenze tra i gruppi, tendono a promuovere la differenziazione (quando non si impegnano a crearla, prima di affermarne il valore). Dunque, la politica del riconoscimento e quella della redistribuzione sembrano… in tensione.

Come pensare la giustizia in queste condizioni? Bisogna dare priorità alla classe sul genere, la sessualità, la razza, l’etnicità, e rigettare tutte le rivendicazioni “minoritarie”? Insistere sul conformarsi alle norme che valgono per la maggioranza, in nome dell’universalismo o del repubblicanismo? O bisogna cercare di dar luogo a un’alleanza tra ciò che resta invalicabile nella visione socialista e ciò che sembra giustificato nella filosofia “postsocialista” del multiculturalismo?

Ci sono due modi di rimediare all’ingiustizia. I rimedi correttivi, innanzitutto, mirano a migliorare i risultati dell’organizzazione sociale senza modificarne le cause profonde. Dal canto loro, i rimedi trasformativi si applicano alle cause profonde: la dicotomia è quella tra sintomi e cause.

Sul piano sociale, i rimedi correttivi, storicamente associati allo Stato assistenziale liberale, consistono nell’attenuare le conseguenze di una distribuzione ingiusta, lasciando intatta l’organizzazione del sistema di produzione. Nel corso degli ultimi due secoli, i rimedi trasformativi sono stati associati al progetto del socialismo: il cambiamento radicale della struttura economica che sottintende l’ingiustizia sociale, attraverso la riorganizzazione dei rapporti di produzione, modifica non solo la ripartizione del potere d’acquisto, ma anche la divisione sociale del lavoro e le condizioni di esistenza.

L’esempio della affirmative action (spesso tradotta con « discriminazione positiva ») negli Stati Uniti chiarisce questa distinzione. Gli aiuti attribuiti in funzione delle risorse, orientando verso i più poveri un sostegno materiale, contribuisce in egual misura a cementare differenziazioni che possono condurre allo scontro. Così, la redistribuzione correttiva sul piano sociale consiste nel garantire alle persone di colore una parte dei posti di lavoro e delle opportunità di formazione, senza modificarne la natura o il numero. Sul piano culturale, il riconoscimento  correttivo si traduce in un nazionalismo culturale, che si sforza di garantire il rispetto alle persone di colore valorizzando la « negritudine », lasciando inalterato il codice binario « bianco-nero » che ne costituisce il senso. La affirmative action, dunque, combina la politica socio-economica dell’antirazzismo progressista con la politica culturale del black power.

Questa soluzione non affronta le strutture profonde che producono ineguaglianze di classe e « razziali ». Anche le riforme superficiali si moltiplicano senza fine, contribuendo a rendere ancora più percettibile la differenziazione “razziale”, a dare dei più svantaggiati l’immagine di una classe deficiente e insaziabile, sempre bisognosa d’aiuto, e addirittura privilegiata, dato che riceve un trattamento… di favore. Così, un approccio che mira a raddrizzare le ingiustizie legate alla redistribuzione può suscitare una reazione opposta e, in conclusione, creare ingiustizie in termini di riconoscimento.

In compenso, combinando sistemi sociali universalistici e imposizione strettamente progressiva, con l’obiettivo di assicurare a tutti l’accesso al lavoro, dissociando questo diritto dalle esigenze di riconoscimento. Da qui la possibilità di ridurre l’ineguaglianza sociale senza creare categorie di persone vulnerabili, presentate come profittatrici della carità pubblica. Un simile approccio, centrato sulla questione della redistribuzione, contribuisce a rimediare ad alcune delle ingiustizie sul piano del riconoscimento.

Redistribuzione correttiva e trasformativa presuppongono entrambe una concezione universalistica del riconoscimento: l’uguale dignità morale delle persone. Ma poggiano su logiche differenti di fronte alla differenziazione dei gruppi.

I rimedi correttivi all’ingiustizia culturale hanno a che vedere con quello che correntemente chiamiamo “multiculturalismo”: si tratta di mettere fine alla mancanza di rispetto nei confronti delle identità collettive, ingiustamente svalutate, ma lasciando al contempo intatto il contenuto di queste identità e il sistema di differenziazione identitaria su cui queste poggiano. I rimedi trasformativi, per parte loro, sono abitualmente associati alla decostruzione. Cercano di mettere fine alla medesima mancanza di rispetto, trasformando la struttura di valutazione culturale che vi soggiacciono. Destabilizzando le identità e la differenziazione esistente, questi rimedi non si accontentano di favorire il rispetto di sé: cambiano le percezioni che noi abbiamo verso noi stessi.

L’esempio delle sessualità disprezzate chiarisce questa distinzione. I rimedi correttivi all’omofobia sono abitualmente associati al movimento gay, che cerca di rivalutare l’identità omosessuale. I rimedi trasformativi, al contrario, sono apparentati al movimento queer, che mira a decostruire la dicotomia omosessuale-eterosessuale. Il movimento gay considera l’omosessualità come una cultura, dotata di tratti particolari, un po’sulla moda dell’etnicità. Questo è un “modello identitario”, adottato in diverse lotte per il riconoscimento. Si propone di sostituire a delle immagini negative di sé, imposte dalla cultura dominante e interiorizzate, una cultura peculiare, che, manifestata pubblicamente, otterrà il rispetto della società nel suo insieme. Questo modello apporta effettivamente dei contributi, ma, sovrapponendo politica di riconoscimento e politica identitaria, incoraggia l’istituzionalizzazione di un gruppo, se non la sua stessa essenza, attraverso l’affermazione della sua “autenticità” e della sua differenza.

Il movimento queer, al contrario, affronta l’omosessualità come il contraltare  – costruito, e svalutato – dell’eterosessualità : entrambe non hanno senso, se non sono considerate l’una in relazione all’altra. L’obiettivo non è più valorizzare un’identità omosessuale, ma abolire questa dicotomia. Il movimento hay cerca di mettere in valore la differenza esistente tra i gruppi sessuali, proprio come le politiche correttive di redistribuzione dello Stato assistenziale lo fanno per le differenze sociali; il movimento queer cerca di rimetterle in discussione, sulla scorta del progetto socialista.

Trattando il difetto di riconoscimento come un pregiudizio ingenerato dai soli valori ideologici e culturali, i difensori del modello identitario finiscono talvolta per ignorarne i presupposti nella struttura sociale, e a ignorare l’ingiustizia economica per concentrare i propri sforzi sulla sola trasformazione culturale, considerata come una realtà in sé. Possono così essere trascurati i legami, istituzionalizzati nel sistema di assistenza sociale, tra le norme eterosessuali dominanti e il fatto che certe provvidenze non siano concesse alle persone omosessuali. Ma questa corrente, del resto, può interpretare le disuguaglianze economiche esclusivamente come semplici espressioni di gerarchie culturali: l’oppressione di classe deriva, in questa interpretazione, dalla svalutazione dell’identità proletaria. Specularmente a un marxismo volgare che, un tempo, bandiva la politica di riconoscimento a vantaggio della politica di redistribuzione, il culturalismo volgare implica che rivalutare identità sminuite coincida con l’affrontare le premesse della diseguaglianza economica…

Il rischio della “psicologizzazione”

Al modello identitario (correttivo) si oppone quella che chiameremo “modello statutario” (trasformativo): il diniego di riconoscimento non è più considerato come una deformazione psichica, o un pregiudizio culturale autonomo, ma come una relazione istituzionalizzata di subordinazione sociale, prodotta da istituzioni sociali. Ciò che deve essere oggetto di riconoscimento, pertanto, non è l’identità propria di un gruppo, ma il conferimento a questo gruppo di uno statuto di componente dell’interazione sociale. Non si tratta di invocare il diritto per tutti a una “uguale stima sociale”, ma, rivendicando la parità di partecipazione in seno alla società per tutti i cittadini, di definire il campo della giustizia come se questo implicasse, al contempo, redistribuzione e riconoscimento, classe e statuto. Evitando l’approccio psicologico e quello moralistico, può essere questa la giusta cornice per una strategia coerente, che contribuirebbe a disinnescare i conflitti e le contraddizioni tra questi due grandi tipi di lotta.

Nancy Fraser

Professoressa ordinaria di Rethinking Social Justice al Collège d’études mondiales della “Fondation Maison des sciences de l’homme”. Autrice del saggio Le Féminisme en mouvements. Des années 1960 à l’ère néolibérale, La Découverte, Settembre 2012

Versione originale: N. Fraser, Egalité, identités et justice sociale, Le Monde Diplomatique, Giugno 2012, pag. 3
(traduzione dal francese di Nicola Dessì)

Fonte

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