Un contratto per ricchi

Il lavoro e le politiche economiche nel “contratto” Lega-M5S

Mentre va avanti la mattanza quotidiana delle persone che lavorano, con la denuncia all’Inail di 212 “incidenti” mortali nel primo trimestre di quest’anno ( + 11,6% rispetto allo stesso periodo del 2017 ) nel “contratto” per il governo tra Lega e M5S non c’è neppure una riga sulla sicurezza sul lavoro.
 

La “sicurezza” è declinata in ogni salsa, dentro un impianto che fa del “sorvegliare e punire” la propria cifra di fondo: dall’autodifesa “sempre legittima” all’uso del Taser, dalle “specifiche fattispecie di reato” per i richiedenti asilo al trasferimento delle risorse per l’accoglienza ai rimpatri forzati, dalle videocamere nelle scuole all’inasprimento delle misure penali per i minorenni, dalla restrizione delle misure alternative al carcere alla sicurezza stradale per cui andrebbero poste “necessarie limitazioni sulle patenti straniere”(!), ma non una riga su chi muore o si ammala sul lavoro.

E’ giusto partire da qui per leggere la cifra di fondo delle politiche del lavoro del governo prossimo venturo Lega-M5S. Non solo per i drammi e la sofferenza che stanno dietro ogni “incidente”, ma perché occuparsi di questo avrebbe comportato la necessità di fare in qualche modo i conti con la condizione materiale delle persone che lavorano: con l’assenza di investimenti in sicurezza e la giungla degli appalti, con il ricatto della precarietà e dei licenziamenti, con gli orari fuori controllo dentro rapporti di lavoro riportati alla condizione servile. Avrebbe comportato la necessità almeno di evocare che gli interessi in campo sono due e che il lavoro non è riducibile all’impresa.

Non è questa con tutta evidenza la cifra del governo nascente, con l’indicazione a presidente del Consiglio di un uomo di Confindustria, e con il referente sociale privilegiato nel tessuto della piccola impresa – certamente per quel che riguarda la Lega, ma anche in parte per gli stessi 5 Stelle – in una visione in cui non esistono interessi divergenti, non esiste conflitto, non esiste soggettività del lavoro.

Dunque il programma di governo sul lavoro è in straordinaria continuità, con le politiche neoliberiste che sono state fatte in questi anni.

Spariti i proclami che avevano segnato la campagna elettorale contro il Jobs Act, non resta che un tenue riferimento inserito all’ultimo momento nel testo finale (in quelli precedenti non c’era) “al contrasto alla precarietà causata anche dal Jobs Act”, un riferimento che non si nega a nessuno, tanto più se si è consapevoli che c’è da garantire una qualche connessione almeno emotiva con quella campagna elettorale. Nessuna traccia del ripristino dell’articolo 18, né della reintroduzione della causale nei contratti a termine, né di un intervento sui cococo nuovamente tornati in auge con il Jobs Act. Neppure c’è traccia della riduzione dell’orario di lavoro, a lungo cavallo di battaglia del M5S e dei comizi di Beppe Grillo.

C’è invece la promessa di un intervento per potenziare i voucher, il massimo del lavoro “usa e getta”, il cui utilizzo viene giudicato ora troppo “complesso”.

Il solo riferimento di un qualche interesse è quello relativo all’introduzione di un salario orario minimo per legge, per i settori e le categorie non coperte dalla contrattazione collettiva. E’ un riferimento tuttavia a doppio taglio: aperto a conseguenze regressive e comunque non risolutivo. L’assenza di qualsiasi quantificazione e soprattutto di qualsiasi legame con la media dei minimi contrattuali, apre la possibilità infatti di un livello basso del salario legale e di una rincorsa al ribasso della stessa contrattazione collettiva, oltre a sancire una separazione secca tra chi è contrattualizzato e chi no. Né tale misura risolve comunque il problema della precarietà, confermata ed anzi estesa dalla volontà di allargare l’uso dei vouchers.

Sul lavoro il programma di governo promette anche la “riduzione strutturale del cuneo fiscale”, altra parola d’ordine che di per sé può portare acqua al solo mulino delle imprese. Il cuneo fiscale (la differenza tra il costo del lavoro e la retribuzione netta, tolti quindi i contributi pagati dalle imprese e dai lavoratori e le tasse sul reddito pagate dai lavoratori ) è in Italia certamente alto: secondo il rapporto Ocse di aprile, l’Italia è infatti terza su scala Ocse con il 47,7% del valore del cuneo fiscale, anche se i confronti con i paesi omogenei in Europa attenuano significativamente la cosiddetta anomalia italiana, essendo superati non solo da Germania e Belgio (rispettivamente al 50% e al 53,7%), ma sostanzialmente allo stesso livello della Francia (47,6%).

Il dato sul cuneo fiscale non coincide evidentemente con quello sul costo del lavoro (che comprende la retribuzione lorda del lavoratore e i contributi pagati dalle imprese), anche se su questa confusione si “gioca” per sostenere che il problema dell’occupazione risiederebbe nell’insostenibilità dei costi per le imprese. Basta guardare al rilievo che la stampa ha dato ai due dati: grandi titoli sul primo, la scomparsa di qualsiasi notizia sul secondo. Il medesimo rapporto prima citato (http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=AWCOMP), indica invece come su scala Ocse, l’Italia sia al 17° posto per costo del lavoro: davanti a noi Australia, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Giappone, Corea, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Svezia, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti. Un 17° posto che diventa 19° se si guarda alle retribuzioni nette.

Dunque c’è certamente un problema nel rapporto tra contributi, tasse, redditi da lavoro, non tuttavia sul versante del costo del lavoro per le imprese, ma su quello dei salari!

Non è però questo il punto per il “contratto”, che abbonda invece di premi alle imprese e sgravi contributivi, in ogni sua parte. Ci sono persino gli “sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”, incuranti delle leggi che proibiscono il licenziamento delle donne che scelgono la maternità, leggi per il cui rispetto non ci dovrebbe essere davvero nessun premio.

Qual è dunque lo statuto complessivo del lavoro nella visione del nuovo governo?

E’ quello di una competizione tutta giocata sulla compressione dei diritti nel rapporto di lavoro, sulla “flessibilità in entrata” dei contratti a termine acausali come dei voucher potenziati e del falso lavoro autonomo, sulla “flessibilità in uscita” dei licenziamenti individuali e collettivi targati Fornero e Renzi, sulla condizione di ricattabilità e sui bassi salari. Le politiche industriali sono nominate ma non determinate né in risorse né in strumenti (con l’eccezione della “Banca” per gli investimenti la cui declinazione la configura tuttavia prevalentemente come strumento di garanzia del credito per le piccole e medie imprese).

Né il reddito “di cittadinanza” per come è delineato nel testo e ancor prima nella proposta di legge del Movimento 5 Stelle, può essere quel paracadute universale, che allentando la precarietà esistenziale, rende più forti le persone anche per far valere i propri diritti nel rapporto di lavoro: le condizionalità che lo accompagnano lo configurano piuttosto come una misura di workfare, simile alle famigerate leggi Hartz IV, con l’obbligo di documentare e dimostrare che si è dedicato alla ricerca di lavoro almeno 2 ore al giorno e con l’obbligo di accettare qualsiasi lavoro se dopo un anno non si è trovato un’occupazione. Una palestra per abituare all’idea che il lavoro vada bene come che sia.

LE POLITICHE ECONOMICHE: AL CENTRO LA FLAT-TAX

Per quanto il rapporto con l’Europa sia al centro del dibattito mediatico, le formulazioni finali del “contratto” hanno attenuato moltissimo la messa in discussione dell’attuale assetto della UE, che è peraltro totalmente demandata alla negoziazione con la Commissione. Così per lo scorporo delle spese per investimenti dal calcolo del deficit annuo, come per la programmazione pluriennale con un “limitato ricorso al deficit”, così per la modifica dello statuto della Bce, come per la revisione del Fiscal Compact e dell’insieme degli strumenti della cosiddetta governance europea. Mentre neppure si cita l’articolo 81 della Costituzione, preferendo una anodina formulazione circa “l’adeguamento della regola dell’equilibrio di bilancio”.

La vera cifra di fondo della politica economica è in realtà la Flat-Tax, per le persone fisiche come per le imprese. Questa sì, una bomba. In grado tanto di operare una gigantesca redistribuzione dei redditi a favore dei ceti abbienti, quanto di colpire al cuore il welfare, con buona pace delle parti del programma in cui si parla di rafforzare il sistema sanitario o il sistema formativo, o di investire sul rischio idrogeologico..

Con un costo stimato tra i 50 e i 60 miliardi, la Flat-Tax vale circa la metà dell’attuale finanziamento di tutto il sistema sanitario, oltre 10 volte la posta che si dichiara di mettere per cambiare la Legge Fornero, 3 volte la posta dichiarata sul “reddito di cittadinanza”. Il “contratto” esclude ogni imposta patrimoniale in una paese in cui la disuguaglianza nella ricchezza è ormai abissale (il 20% più ricco ha il 60% del totale della ricchezza netta a fronte dello 0,3 del 20% più povero secondo l’Ocse, mentre Oxfam stima rispettivamente il 66,1% e lo 0,09%), e promette il sostanziale azzeramento dei controlli fiscali, facendo dell’Italia come è stato giustamente osservato “un paradiso fiscale per le imprese.. un neoliberismo da sogno, che offrirà un po’ di margine di sopravvivenza alle piccole imprese italiane.. ma che non ha prospettive di sviluppo” dentro una gigantesco trasferimento di reddito ai ceti abbienti (M.Pianta)

COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE

Se il segno del governo è chiarissimo, questo non significa che sarà facile la costruzione dell’opposizione. Tutt’altro. Intervenire anche in forma limitata sulle pensioni, dopo la barbarie della controriforma Fornero, promettere il “reddito di cittadinanza” intanto magari allargando le maglie del Rei, parla alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti e alla condizioni di sofferenza e povertà cresciute esponenzialmente nel paese, come la riduzione delle tasse tiene insieme imprese e ceti abbienti. E se le contraddizioni del “contratto” sono evidenti, è del tutto possibile che si pensi di fare qualche provvedimento per accrescere il proprio consenso, e poi risolvere quelle contraddizioni andando al voto anticipato.

Serve dunque attrezzare da subito l’opposizione a queste politiche, denunciarne il segno di classe a partire dal fisco, rafforzare, e di molto, il conflitto nei luoghi di lavoro e nella società.

Serve anche mostrare un altro disegno: che ridia diritti e dignità al lavoro aggredendo precarietà e sfruttamento, che metta in discussione i vincoli europei anche con la disobbedienza unilaterale ai Trattati, che faccia un’operazione opposta sul fisco nel senso del recupero della progressività già in buona parte perduta, che metta al centro un nuovo intervento pubblico nelle politiche industriali, per il rilancio del welfare e la difesa dei beni comuni, la riconversione ecologica, la riduzione d’orario, un vero reddito minimo.

Ci sono proposte di dettaglio e organiche su tutti questi temi. Serve la credibilità di una sinistra antiliberista, capace di conflitto e progetto, popolare e alternativa a tutti i poli esistenti: le destre neoliberiste al governo e quelle che stanno all’opposizione, che magari si ostinano a chiamarsi “sinistra” e vogliono fare opposizione in nome del dell’austerità.

Roberta Fantozzi

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