Ricordando Palmiro Togliatti nel 54° anniversario della scomparsa, con uno sguardo al presente

Parte seconda

Nello scritto su “La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano” Togliatti ricostruisce criticamente l’azione epistolare di Gramsci (1923-1924) con alcuni dirigenti del PCd’I al fine di preparare un cambio di linea a di gruppo dirigente nazionale. L’obiettivo era quello di operare una svolta politica superando Bordiga.

Anche questo scritto di Togliatti potrebbe avere una qualche utilità considerando che le forze popolari e del lavoro hanno bisogno di un partito, e la sinistra dispersa ha bisogno come il pane di ritrovare una collocazione sociale e ideale, di organizzarsi e unirsi, di ritrovare forme e modi di vera partecipazione, ha bisogno di conquistare credibilità, di avere una propria autonomia di visione, di prospettiva, di politiche e di trasformazione ecologista e socialista. Ha bisogno di partecipare e di promuovere lotte culturali e sociali con gruppi dirigenti autorevoli, riconosciuti dai lavoratori e dalle forze popolari, radicati nelle periferie e nelle campagne, rispettati.

Certo per Togliatti il problema dell’identità e della collocazione sociale e politica era stato già risolto: idealità socialiste, componente del movimento comunista internazionale, punto di riferimento gli operai, opposizione al fascismo. Quello che andava invece risolto era la “politica” cioè la forza organizzata, le idee e le azioni di lotta sociale e politica per abbattere il fascismo, costruire la via al socialismo e fare della classe operaia una nuova classe dirigente nazionale. Anche lui aveva i suoi guai.

Ne “La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano” (di cui faremo ampie citazioni), Togliatti ricostruisce la critica al bordighismo con due parametri di valutazione, da una parte, quello della necessità, in politica, di analizzare sempre nel concreto le situazioni, senza schemi precostituiti, e di verificare gli effetti avuti dalle posizioni assunte, dall’altra parte, quello dell’analisi differenziata. Il passaggio da Bordiga a Gramsci fu sofferto e drammatico. A livello internazionale Lenin  (III congresso dell’Internazionale comunista, 1921) valutava che la fase rivoluzionaria mondiale aveva subito una battuta d’arresto e proponeva il fronte unico della classe operaia che significava il riavvicinamento dal basso con i partiti socialisti e il governo di operai e contadini. Bordiga “dotato di una forte personalità e di notevoli capacità direttive… Sapeva comandare e farsi ubbidire”, si contrapponeva alla politica dell’unità dal basso dell’Ic. Nel frattempo, il fascismo in Italia prendeva il sopravvento e il re lo mise Mussolini a capo del governo e questi rafforzò violenza e la lotta armata contro i partiti di sinistra, le camere del lavoro, le cooperative e le leghe contadine.

Nello scritto, Togliatti avanza una critica di fondo al primo capo del PCD’I: “Il peggio era la sua concezione del partito, della sua natura, della sua formazione e della sua tattica. Egli non partiva… dalla classe operaia, di cui il partito comunista è una parte, dall’esame delle situazioni reali in cui essa si trova e si muove e dalla determinazione, quindi, degli obiettivi concreti che a ogni situazione corrispondono. Partiva da principi astratti, derivati con un processo intellettualistico e che dovevano essere buoni in tutti i tempi e in tutte le situazioni. Posto il fine ultimo della conquista del potere, scompariva la varietà delle posizioni intermedie e del loro nesso dialettico, era negato il valore del movimento politico democratico e dell’avanzata sul terreno della democrazia, le contrapposizioni di classe si traducevano in contrapposizioni rigide, schematiche, gli avversari diventavano tutti eguali né era possibile alcuna conquista di alleati, la forma e la parola prevalevano sulla sostanza, la coerenza diventava testardaggine, l’azione del partito non poteva più avere alcun respiro, riducendosi a pura esercitazione propagandistica e polemica”. Il compito di conquistare e orientare la maggioranza della classe operaia era ignorato: “ignorata ogni aspirazione all’unità con altri gruppi politici e ogni lotta per l’unità. L’avanguardia diventava una setta, che si temprava nell’attesa della situazione in cui le masse avrebbero raggiunto le sue posizioni ed essa sarebbe stata in grado di guidarle alla vittoria finale”.

Quella concezione della politica aveva costruito un partito centralizzato, dominato dalla figura del capo, fondato sulla pura obbedienza e la visione del partito era quella di un’organizzazione militare: “Era predominante, in questa concezione del partito, il momento della disciplina esteriore. Passavano in secondo piano, e venivano persino negati con argomentazioni di principio, il momento dell’autonomia e dell’iniziativa delle istanze periferiche e dei singoli compagni….il momento della diversità di posizioni, indispensabile per far fronte a situazioni complicate, a volte profondamente diverse da luogo a luogo; il momento dell’educazione politica…. e naturalmente il momento della discussione, del dibattito attraverso il quale non solo il partito nel suo complesso, ma i quadri dirigenti e i semplici aderenti acquistano la capacità di comprendere e fondo ciò che bisogna fare e quindi di farlo e ottenere successo”. Certamente, ci avverte Togliatti, esisteva sia una situazione oggettiva che spingeva verso concezioni di chiusura settaria, sia una impreparazione politica generalizzata dei quadri comunisti dovuta al marasma in cui erano cresciuti nel partito socialista e di cui si volevano liberare. Sottolinea Togliatti: “Ciò che più sorprende e deve essere registrato con attenzione è che finirono per capitolare davanti ad una concezione  settaria del partito e della sua funzione anche quei compagni, come Terracini e Togliatti” che erano stati accanto a Gramsci e avevano condiviso una diversa concezione della politica e del partito.

Bordiga fu criticato per il grave l’errore di settarismo che lo portò a non partecipare al movimento degli “Arditi del popolo” in quanto “i comunisti dovevano avere le loro formazioni di resistenza e non mescolarsi con altri”, ma dalla base comunista questa direttiva non fu rispettata. Il punto fondamentale di rottura, però, fu la non condivisione degli indirizzi politici del III° congresso dell’I.C., “quando Terracini, a nome della delegazione italiana, intervenne per negare la necessità della conquista della maggioranza, sostenne la dottrina estremista della ‘offensiva’ di piccoli gruppi per la conquista del potere e fu violentemente redarguito da Lenin… Anche più profondo diventò il contrasto con la Internazionale quando questa collegò alla lotta per il fronte unico la rivendicazione di un governo operaio e contadino, da costituirsi sulla base della raggiunta unità di azione con le masse socialdemocratiche”. Il gruppo dirigente bordighiano non solo resistete alla politica dell’I.C., ma si muosse in direzione opposta, tanto che, quando il Partito socialista al congresso di Roma espulse l’ala riformista, legittimando così la scissione di Livorno: “La posizione dell’esecutivo [del PCd’I] fu invece sin dall’inizio, di diffidenza, di malcontento, di rifiuto di ogni giusta azione politica… si dichiarò contrario a qualsiasi proposta di avvicinamento e di fusione”. Cosicché, la polemica con i socialisti continuò aspra e dura senza fare neppure “la necessaria distinzione tra dirigenti opportunisti  e la base operai, sicchè erano stati scavati abissi difficilmente colmabili”. Per questo Gramsci era contrario ad accordi con Bordiga: “non si può assolutamente fare compromessi con Amedeo. Egli è una personalità troppo vigorosa ed ha una così profonda persuasione di essere nel vero, che pensare di irretirlo con un compromesso è assurdo. Egli continuerà a lottare e ad ogni occasione ripresenterà sempre intatte le sue tesi”. Gramsci era convinto che “oggi bisogna lottare contro gli estremismi se si vuole che il partito si sviluppi e che finisca di essere niente altro che una frazione esterna del partito socialista. Infatti i due estremismi, quello di destra [capeggiata da Angelo Tasca] e di sinistra, avendo incapsulato il partito nella unica e sola discussione dei rapporti col partito socialista, l’hanno ridotto a un ruolo secondario” ( lettera del 5 gennaio 1924 di Gramsci a Scoccimarro).

Sono parole scritte circa cento anni fa, in un contesto politico nazionale e mondiale assolutamente diverso, tuttavia, mantengono un loro insegnamento come quello che la lotta all’estremismo si fa a destra come a sinistra. A chi oggi è impegnato nella costruzione di un grande partito delle forze del lavoro, popolari socialiste ed ecologiste quelle idee potrebbero dare qualche aiuto. Comunque e bene conoscerle.

Fonte

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