Non è lavoro è ricatto

Alba Vastano*

Devono anche sorridere  e usare toni pacati e gentili. Nei giorni di festa e a scuole chiuse i bambini sono affidati ai nonni o alla vicina o alla tata di turno. Per babbo e mamma, lavoratori precari nel commercio, non c’è festa che tenga. Devono stare a disposizione non per un servizio sociale (trasporti, sanità, sicurezza ecc..) che motiverebbe la rinuncia alla giornata di riposo festiva, ma per favorire le vendite  in un centro commerciale, aperto anche 24 h su 24.

Salta così il Natale e il Capodanno in famiglia per foraggiare il profitto del tycoon di turno, per far girare il denaro, al fine di favorire l’economia nazionale. Peccato che la loro prestazione sia saltuaria e sottopagata. Sono sotto scacco, senza lavoro non si vive. Sono i commessi e le commesse, molti a prestazione occasionale, dei megastore. Sono lì nelle interminabili corsie del paese della globalizzazione a scaricare merci, a codificarle, prezzarle e posizionarle negli scaffali pronti per la vendita.

A qualcuno va meglio, si fa per dire, e sta appollaiato a digitare i prezzi su una cassa, per sei ore, intervallate da brevi pause per un caffè.  Sul tapis roulant sfilano merci in continuazione da passare al lettore e poi ripetere e ripetere fino a che si diventa automi e il sorriso si spegne.  Lavoratori e lavoratrici precari, che non avendo un contratto stabile, hanno una vita instabile dovuta a prestazioni lavorative occasionali, mal retribuite. Impegnati in un tempo di lavoro che nessuna forma di contratto a norma prevede. Può essere Natale, Capodanno o il Primo maggio o Ferragosto, quando arriva la chiamata a coprire un turno di lavoro festivo non si può dire di no. Pena la perdita del lavoro che pur se precario, fino a ridurlo “a chiamata”, pur sottopagato rispetto ai contratti di categoria, serve a sbarcare il lunario.

Lavoratori occasionali schiavizzati dal ricatto del padrone che fa la chiama quando occorre. Come non chiamarlo sfruttamento? Lo è ed è stato favorito dal decreto n.214 del 2011 “Salva Italia” del governo Monti, che ha liberalizzato gli orari degli esercizi commerciali. Così recita il comma 2 dell’art. 31 del decreto “Secondo la disciplina dell’Unione Europea e nazionale in materia di concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali”.

Con il decreto “Salva italia”  furono quindi  eliminati la limitazione dell’orario di apertura, l’obbligo della mezza giornata di chiusura infrasettimanale e l’obbligo di chiusura nei giorni festivi. L’applicazione più dura del decreto riguarda l’orario di apertura dell’esercizio commerciale. Si lavora sempre, anche a Capodanno. Chi rifiuta la chiamata, se non ha un qualsiasi contratto che lo tuteli, può anche dimenticare la seconda chiamata. Probabilmente non ci sarà. Non è solo sfruttamento, è anche ricatto. Se vuoi lavorare lo fai anche se è Natale e a Capodanno. Se non accetti, altri 20mila aspiranti al lavoro per la minima sussistenza saranno disponibili a essere schiavizzati, perché lavoro regolare non ce n’è. E questo non è solo sfruttamento, è anche ricatto.

Come vivono questa sudditanza full time i lavoratori del commercio a contratto regolare? Possono rifiutare il turno festivo? Le notizie non sono confortanti neanche per i lavoratori a contratto, perché il diritto al riposo nei giorni festivi non è assoluto, ma discrezionale. L’art. 36 della Costituzione prevede il diritto alle ferie, ma non al riposo nelle festività.  Ci pensa la Cassazione a chiarire il diritto al giorno festivo, precisando che tale diritto può essere previsto nei contratti di lavoro. In sintesi gli Ermellini della Corte di Cassazione vedono così la questione “Il lavoratore può rifiutare la prestazione lavorativa durante i festivi anche se questa viene espressamente richiesta dal datore di lavoro. Se rifiuta il turno festivo il lavoratore non perde il diritto alla normale retribuzione. Non può essergli contestata l’assenza ingiustificata, costituendo la presenza al lavoro nelle festività una libera scelta del lavoratore. Al lavoratore, quindi, non può essere imposto di lavorare nei giorni festivi. Si evince che il lavoro festivo non è obbligatorio”

Non c’è contratto che tenga ormai, anche il CCNL non tutela più il lavoratore e nel commercio sono evidenti i peggiori risvolti della deregolamentazione e della precarizzazione dovuto ad un ventennio di mannaia sui diritti dei lavoratori. A farne le spese non è solo il lavoratore a chiamata e privo di tutele, ma anche il lavoratore contrattualizzato. Ѐ ormai obsoleto il contratto a tempo indeterminato e la norma, quando si è fortunati, è il contratto a tempo determinato o  a progetto, e i part-time imposti che prevedono anche paghe orarie diversificate . La liberalizzazione ha segnato la fine dei contratti regolari e per categorie. Ormai si fanno contrattini ad personam che in quanto a tutela del lavoratore lasciano il tempo che trovano e costringono il lavoratore ad accettare i turni festivi per arrotondare paghe al limite della sussistenza. Sfruttamento e ricatto legalizzati, sembra. E i sindacati come intervengono sul problema? Senza entrare nel merito o nel demerito dei vari sindacati, succede che spesso i lavoratori vengano mobbizzati e chi di loro osa rivolgersi al sindacato di appartenenza dà il via a maggiori ostilità con i “capetti” preposti.

C’è anche un altro aspetto da considerare. Il sorgere dei megastore nelle aree metropolitane ha favorito l’incremento della liberalizzazione oraria, della precarietà del lavoro e ha massacrato i piccoli negozi di quartiere. Migliaia di piccoli esercenti non hanno più fatto cassa e si sono trovati costretti a chiudere bottega definitivamente. Un grave danno per i territori e per la vita sociale, in quanto i luoghi di socializzazione si sono spostati dalle strade dei territori ai grandi centri commerciali dove scorrono fiumi umani globalizzati e deprivati della relazione sociale sui territori di appartenenza.

Ma questo è davvero altra questione, sia pur conseguente alla nascita dei grandi templi del commercio e della liberalizzazione degli orari che ha reso apparentemente più comoda, ma sicuramente meno sociale la vita delle persone. A partire dai lavoratori del commercio posti sotto permanente ricatto e costretti a dimenticare di avere diritto alla vita privata. Ѐ il momento di ribellarsi al lavoro povero e ad ogni forma di ricatto. Ѐ necessario che gli sfruttati del lavoro riconoscano di appartenere alla stessa comunità e abbiano uno scatto univoco di dignità per camminare finalmente sulla testa dei tycoon del capitalismo.

* www.lavoroesalute.org

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