Al di là del governo, la sinistra riparta dai «Dieci punti»

di Paolo Favilli*

La costituzione del nuovo governo è un fatto positivo anche per la nostra sinistra. Non è certo però un governo con cui identificarsi, nemmeno un po’.

Per «nostra» intendo quell’insieme politico e teorico che aveva trovato una prima fragile aggregazione nella lista «la Sinistra» presentata alle elezioni europee. Aggregazione che aveva l’ambizione di rappresentare un primo passo per la costruzione di quel soggetto di reale alternativa politica e culturale di cui l’Italia, a differenza di altri grandi paesi europei, è del tutto priva. Tornerò tra poco su questo punto.

LA FORMAZIONE del secondo governo Conte ha impedito la quasi sicura affermazione elettorale di uno schieramento che avrebbe espresso un esecutivo con «tratti di fascismo». Naturalmente i «tratti di fascismo» che accompagnano da lungo tempo la nostra vicenda politica sono «forme di fascismo» sviluppatesi in un contesto del tutto diverso da quello in cui si è affermato il «fascismo storico», e che quindi da questo vanno accuratamente distinte. Le eredità storiche non si manifestano nelle forme originarie. L’analisi del fenomeno non può prescindere dalla consapevolezza della pluralità dei tempi della storia. I processi storici, infatti, non si svolgono secondo meccaniche unilineari.

Ritmi più veloci e ritmi più lenti fanno parte dello stesso corso storico, ed implicano un insieme vario di periodizzazioni ineluttabilmente connesse. In questo senso il «fascismo storico» è davvero morto, ma il «neofascismo» è ben vivo e lotta contro di noi. I «pieni poteri» evocati da Salvini non sarebbero stati il preludio delle mussoliniane «leggi fascistissime», ma con molta probabilità avrebbero configurato un sistema di disequilibrio dei poteri sul modello di altre «democrature» già presenti in Europa.

Avere evitato un esito del genere, sia pure tutt’altro che scomparso dall’orizzonte, può aprire a possibilità diverse. Ma più che limitare la discesa verso ulteriori imbarbarimenti umani e politici questo governo non può davvero fare. E non può fare di più perché le forze che lo compongono sono, sia pure in maniera diversa, strutturalmente interne ai paradigmi neoliberisti sul rapporto economia-società.

ALLA FINE DI AGOSTO questo giornale ha pubblicato un appello dal titolo: Dieci punti per un governo che riparta dalla Costituzione. Penso che i firmatari dell’appello non si facessero illusioni sulle possibilità di assunzione di un programma del genere da parte dell’esecutivo allora in problematica gestazione.

Tant’è vero che uno dei firmatari, Marco Revelli, oggi si accontenta che questo governo garantisca per lo meno tre punti: riforma elettorale proporzionale, sterilizzazione del decreto sicurezza, e la volontà di rimanere in carica fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica (il manifesto, 5 settembre). Insomma un programma minimo di civilizzazione dello spazio politico. Per i Dieci punti sarebbe stato necessario un salto di paradigma che storia, cultura e struttura dei contraenti il patto di governo rendono impossibile.

Dieci punti che, invece, possono servire come riferimento ad una discussione programmatica nel contesto della ripresa del percorso di costruzione di una sinistra più ampia possibile, ma solidamente ancorata alle culture che hanno come fondamento l’insieme delle teorie critiche del capitale.

Compito certamente arduo, compito che ha bisogno di un salto di qualità nella consapevolezza della sua estrema necessità da parte di quei gruppi dirigenti della sinistra lacerata che fin qui hanno dimostrato particolare manchevolezza.

PER RIPRENDERE il percorso con la speranza di andare un bel po’ avanti bisogna liberarsi da due vecchi e inveterati vizi.

Il primo riguarda la ipersensibilità che mostrano costantemente alcuni tra i dirigenti della suddetta sinistra per qualsiasi segnale di riposizionamento tattico che provenga dall’interno del Pd. Basta che da quel partito emerga un qualche flatus vocis su vaghe «discontinuità» perché subito qualcuno ipotizzi una possibile confluenza in una sinistra tanto larga quanto indeterminata, naturalmente rinnovata dalla «discontinuità» del Pd.

Che i problemi dei rapporti politici con il Pd non possano essere elusi è un’ovvietà, così come le possibilità di collaborazione in particolari contingenze. Ma la proposta degli ipersensibili nei confronti di qualsiasi segnale, peraltro sempre criptico e generico, proveniente dal Pd non porterebbe, e le esperienze passate sono particolarmente indicative a proposito, che ad un contesto di progressiva osmosi dove la sinistra rappresenterebbe soltanto una delle sfumature di rosso (più o meno).

IL SECONDO RIGUARDA la sindrome tipica di quel sinistrismo che, deluso da tutte le esperienze organizzative attualmente esistenti, vede nella tabula rasa il punto di partenza del processo di ricostruzione. Una tabula rasa da cui spontaneamente dovrebbero crescere i «cento fiori».

Non che manchino ragioni di delusione per come in questi anni abbia prevalso la patologia della tela di Penelope, ma nella storia del movimento operaio, nella storia dell’antitesi, nessuna forza reale si è sviluppata senza consapevole esercizio di volontà politica. Ed a partire dai materiali che c’erano a disposizione.

Il fatto che oggi i materiali a disposizione scontino evidenti deficit qualitativi e quantitativi, non ci esime dalla necessità di riprendere da lì il nostro cammino.

°Il Manifesto 17/09/2019

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