Freedom flottilla, Israele ha bloccato ieri i soccorsi medici per Gaza

Israele non consente ai 13 mila euro di soccorsi medici raccolti dalla Freedom Flotilla Coalition di accedere a Gaza. L’obiettivo di portare aiuti umanitari alle persone colpite, ferite e martoriate sulla Striscia di Gaza è stato bloccato dall’esercito israeliano, prima dirottando, arrestando e deportando decine di attivisti, in seguito vietando alle barche “Al awda” e “Freedom” di fare tappa al porto di Gaza City.

Le richieste, più che legittime, sono state presentate dal ministro degli Esteri svedese, Margot Wallström, che ha dichiarato: “Chiediamo il rilascio immediato delle 116 scatole di forniture mediche destinate a Gaza, che venivano trasportate sulle navi Al awda e Freedom. Il carico della nave deve essere liberato, secondo il diritto internazionale relativo alla protezione della società civile”.

Anna Dressler, attivista tedesca e svedese della Nave per la Libertà, ha subito denunciato non solo le minacce, l’isolamento e la deportazione con forza sull’aereo, ma anzitutto l’illegalità delle procedure con cui i militari hanno tentato di intimorire gli attivisti: “Israele sta creando le proprie leggi. Anche se hai un avvocato, un’ambasciata e un passaporto forte, tutti i tuoi diritti sono ignorati e la procedura è altamente illegale”.

Il Manuale di San Remo sul diritto internazionale, applicabile ai conflitti armati in mare, in alcuni passaggi non lascia dubbi rispetto all’illegalità del blocco navale imposto da Israele contro i palestinesi.

Come affermato nel paragrafo 102, “l‘instaurazione di un blocco è vietata, se ha come unico obiettivo affamare la popolazione civile o impedire l’accesso di altri beni essenziali alla sua sopravvivenza”.

Oggi l’assedio in Palestina ha bloccato l’economia reale e costretto i palestinesi ad abbandonare le fabbriche, le terre agricole, le acque per la pesca. Da mesi, Netanyahu ha addirittura staccato le forniture di acqua, gas ed elettricità.

Ancora dal Manuale di San Remo, nel paragrafo 103 si legge che “se la popolazione civile del territorio sottoposto al blocco è insufficientemente approvvigionata di cibo o di altri generi essenziali per la sua sopravvivenza, la parte che instaura il blocco deve permettere il libero transito di viveri e di altri approvvigionamenti essenziali”; mentre nel 104 si legge che “il belligerante che instaura il blocco deve permettere il passaggio di materiale sanitario per la popolazione civile”.

Il Cogat, unità che dipende dal ministero della difesa Israeliano per coordinare le attività sui territori palestinesi, dichiarava che solo i beni umanitari e i soccorsi medici possono entrate a Gaza.

Ma come dichiara Gaby Lasky, avvocato per la Freedom Flotilla Coalition e in contatto con le autorità di occupazione, che sta tentando di ottenere i permessi per la consegna delle forniture mediche umanitarie, è certo che “fino a ora nulla è passato a Gaza”.

Nel frattempo in questi giorni, a Gaza, Jamal al-Huarpi, del Comitato popolare per porre fine all’assedio, ha organizzato una mostra simbolica esponendo più di mille oggetti che lo Stato di Israele non lascia distribuire in Palestina: giocattoli, vestiti, cosmetici, banali effetti personali che quotidianamente vengono negati ai palestinesi.

Ed anche Roger Waters, musicista da sempre solidale alla causa palestinese, sui suoi canali social si è chiesto retoricamente se l’attacco alla coalizione pacifica fosse davvero così opportuno: “L’esercito più morale del mondo sta rubando delle bende? Vergognatevi”.

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Flottiglia Pro-Palestina per “rompere l’assedio” a Gaza

Quattro navi della Freedom Flotilla Coalition (Ffc) si stanno dirigendo verso la Striscia di Gaza nel tentativo di “rompere l’assedio” dell’enclave, che le Nazioni Unite hanno da tempo definito illegale. Tre delle navi sono partite lunedì scorso da Copenaghen, in Danimarca, e una quarta dovrebbe aggiungersi durante la navigazione.

Il viaggio dovrebbe durare più di due mesi, in quanto le navi si fermeranno in diversi porti in Europa per organizzare manifestazioni a sostegno della Grande Marcia del Ritorno, iniziata il 30 marzo e che ha causato la morte di oltre cento palestinesi e diverse migliaia sono rimasti feriti dal fuoco dei cecchini israeliano. Quelle proteste si sono concluse il 15 maggio in occasione del “Nakba Day” o “Day of Catastrophe”.

Lo stesso giorno, a Göteborg, in Svezia, si è tenuta una cerimonia, mentre centinaia di attivisti provenienti dalla Scandinavia e altri Paesi europei hanno presenziato al via della flottiglia. Le barche includono al-Awda (ritorno); Heria (libert); e Mairead, che prende il nome dal premio Nobel per la pace Mairead Maguire, militante irlandese della campagna di sdoganamento (Bds) contro l’entità israeliana che nel 2010 ha preso parte ad un’altra flottiglia per Gaza. Nel 2016, Maguire è stata arrestata e poi deportata insieme ad altre 12 donne su “Women’s Boat to Gaza” dopo essere stata fermata al largo della costa.

Una quarta nave, la Palestina, avrebbe dovuto unirsi alle altre, ma ha subito un ritardo a causa di problemi al motore, quindi chiuderà i ranghi con le altre navi a Kiel, in Germania. L’equipaggio di quest’anno è composto da attivisti pro-palestinesi di 20 Paesi diversi.

La complicità internazionale ai crimini israeliani

“In risposta al brutale blocco israeliano, per sette anni la Freedom Flotilla Coalition ha condotto azioni dirette nonviolente volte a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale e a fare pressione sulla comunità internazionale per porre fine al blocco”, riporta una dichiarazione del gruppo Canada Boat a Gaza. “Navighiamo quest’anno per il diritto a un futuro giusto per la Palestina… Continueremo a fare pressione sui nostri governi e protesteremo contro la loro complicità con i “crimini di Israele contro l’umanità”.

Il blocco di Gaza è stato imposto dall’entità israeliana e dall’Egitto nel 2007 dopo che Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi. In passato, l’entità israeliana ha sequestrato con brutalità le navi umanitarie che tentavano di raggiungere Gaza. Nel 2010, nove attivisti sono stati martirizzati dalle forze di occupazione israeliane mentre requisivano la loro nave.

di Giovanni Sorbello

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